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Lunedì 20 Nov 2017
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La traversata delle Apuane in giornata!

  di Flavio Milazzo Quella che vado raccontando non costituisce la narrazione di un nuovo record sportivo, ma il racconto di un’esperienza e della passione…

La traversata delle Apuane in giornata! La traversata delle Apuane in giornata!

Hervè Barmasse a Pietrasanta

La serata con Hervé Barmasse a Pietrasanta lo scorso 5 novembre è stata davvero una bella occasione per parlare di alpinismo e montagna, ma non…

Hervè Barmasse a Pietrasanta Hervè Barmasse a Pietrasanta

Quel misterioso vecchio chiodone

Monte Procinto QUEL MISTERIOSO VECCHIO CHIODONE “Lo scoglio ove ‘l Sospetto fa soggiorno È da mar alto da seicento braccia, di rovinose balze cinto intorno,…

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Solitaria invernale alla via Zappelli-Tessandori

Racconto "integrale" di Alberto Benassi nella solitaria effettuata  il 15/03/13 sulla via Zappelli-Tessandori al Pizzo della Saette. Una bella storia dedicata allo sfortunato "Butch" Marco…

Solitaria invernale alla via Zappelli-Tessandori Solitaria invernale alla via Zappelli-Tessandori

Parete Nord Pizzo d'Uccello - via Oppio-Colnaghi

PIZZO D'UCCELLO - ALPIAPUANE Parete Nord Via Nino Oppio e Serafino Colnaghi – 2 Ottobre 1940 Ripetizione di Giovanni Fazzi e Michele Pacini dell' 8…

Parete Nord Pizzo d'Uccello - via Oppio-Colnaghi Parete Nord Pizzo d'Uccello - via Oppio-Colnaghi

Una casuale solitaria

  Da Banff.it   15/09/15 Esattamente cinquanta anni fa mi trascinavo da solo sulla Nord del Pizzo d’Uccello. Con me era uno zaino enorme, carico…

Una casuale solitaria Una casuale solitaria

Via "AMICO ALMO"

Sabato scorso con Oreste e Alessandro abbiamo finito un nuovo itinerario sul versante N.O. del Pilastro di Fociomboli del Monte Corchia. La nuova via sale…

Via Via

Orobie, salita del Canale Tua al Pizzo Redorta - di Giovanni Guidi

A maggio con un amico sono andato sulle Orobie per salire il Canale Tua, al Pizzo Redorta. È stata una piccola avventura visto che nessuno…

Orobie, salita del Canale Tua al Pizzo Redorta - di Giovanni Guidi Orobie, salita del Canale Tua al Pizzo Redorta - di Giovanni Guidi

Racconti di una stagione invernale - Enrico Tomasin

Riscopro a distanza di qualche anno la versione integrale di un raccontino scritto per il notiziario del CAI di Pisa e poi pubblicato in versione…

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Cima dei Lastei - via del colatoio

  La Cima dei Lastei è una montagna imponente, il cuore delle Pale di San Martino. Non ho mai scalata su questa bellissima e affascinante…

Cima dei Lastei - via del colatoio Cima dei Lastei - via del colatoio
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La Cima dei Lastei è una montagna imponente, il cuore delle Pale di San Martino. Non ho mai scalata su questa bellissima e affascinante cima e dopo averla osservata diverse volte dalle cime circostanti e dal Rif. Treviso, cercando di carpirne i segreti che nasconde tra le pieghe dei suoi pilastri, diedri e camini, credo proprio che sia giunto il momento di farlo.
Visto che quest'anno ci siamo un po' imposti di andare alla ricerca di itinerari poco ripetuti quale migliore idea è quella di salire su questa montagna per una via un po' dimenticata anche se in bella vista dal Rif. Treviso. Una via che a leggere il commento il Samuele Scalet, promette una bella esperienza alpinistica

Leggi tutto: http://www.alpiapuane.com/index.php?option=com_kunena&view=topic&catid=9&id=21519&Itemid=122#21743

Riscopro a distanza di qualche anno la versione integrale di un raccontino scritto per il notiziario del CAI di Pisa e poi pubblicato in versione ridotta. Sperando che sia d'auspicio per una bella stagione apuana...

Un vento freddo mi tagliava di profilo, tremavo tutto, ogni tanto mi davo dei colpi alle mani mentre la corda lentamente scorreva verso l’alto in un silenzio interrotto solo dal mio ballonzolare. Spegnevo la frontale ogni tanto, poi la riaccendevo per poter gestire meglio le corde. Altri due tiri e siamo fuori, altri due tiri. Sotto di me si apriva, percettibile nel contrasto di bianchi e neri, la Nord, la nostra Nord. Ero in sosta alla selletta che sovrasta il gran pilastro, era buio, le otto di sera, altre due lunghezze separavano me e Matteo dalla cima, dalla comodità di un bivacco belli stesi, da un piatto caldo. L’uscita in vetta col cielo sereno e le poche luci di Vinca accese sotto di noi, piccolo presepio, fu la conclusione di una grande e bella avventura.
La stagione invernale 2008/2009 rimarrà negli annali e nei ricordi di tutti noi come una delle più nevose degli ultimi anni. E ne abbiamo approfittato il più possibile…
Le danze le ha aperte addirittura a fine novembre Matteo Faganello al Grondilice. Un periodo di quattro e più mesi in cui non ci siamo davvero mai fermati, salendo nuove linee, ripetendo vie già percorse, esplorando nuovi versanti. Un arido elenco di nomi, dislivelli, difficoltà non renderebbe molto… Però qualcosa si può ricordare. Il 19 dicembre 2008 al Pizzo delle Saette con Matteo Faganello nasce la ‘via dei dottoroni’ (600m con uscita sulla via Montagna, TD+ poco sostenuto), in pieno clima di protesta contro la riforma Gelmini dell’Università. Una grande parete forse poco nota che quel giorno ci offrì una bella avventura lungo una linea a destra della classica Elisabetta, con tiri di misto talvolta scabrosi e una galoppata finale lungo la cuspide, conclusa infine da una discesa con una miserrima frontale a tre led da dividere in due…
A gennaio, con Matteo Meucci, è invece la volta de ‘La Cura’: una vera e propria ‘direttissima’ all’inflazionato Colle della Lettera, che lasciava però ancora spazio per dire qualcosa: c’era una bella linea in centro parete, non ancora percorsa, andava esplorata… Il nome non c’entra nulla con Battiato… La via l’avevamo sognata su di una foto mentre tutti e due eravamo mezzi malati… e quella era la nostra cura!!!
Nelle prime settimane di febbraio a un periodo di forti perturbazioni segue un’alta pressione con temperature piuttosto basse. Era il momento tanto atteso per la Nord.
Partimmo dopo cena, il venerdì, e col furgone di Matteo Meucci andammo a Orto di Donna. Il programma era raggiungere l’attacco della parete scendendo la ferrata Siggioli. I Genovesi per l’originale erano il nostro (suo) programma. Io non sapevo esattamente cosa significasse ‘per l’originale’ma fui costretto ad impararlo, e piuttosto rapidamente. Certo, se nessuno la ripeteva più, ‘sta originale, e tutti preferivano salire il ‘camino rosso’ e scendere poi nel canale alto con una doppia, un motivo ci sarà stato! Dopo le prime tre lunghezze filate via piuttosto lisce Matte mi indicò due chiodi su una costola rocciosa alla nostra destra: era il mio turno, e un poco perplesso mi lasciai convincere a salire su di là… Il buon Matteo mi aveva tra l’altro detto che era facile, terzo grado… ma l’ha pagato l’inganno, e come se lo ha pagato! 90 minuti in sosta filandomi di centimetro in centimetro sessanta metri esatti di corda… Per me 90 minuti di adrenalina, di sporchi espedienti per guadagnare pochi metri e di dubbi atroci sul percorso migliore da seguire… Pivello mi tolsi i ramponi, per raggiungere (e tirare) il secondo chiodo ne misi uno nel mezzo, ci ravanai, ci staffai, mi incastrai con una spalla in una fessuraccia per ribaltarmi fuori, trovandomi poi a mal partito su uno scivolo di neve ghiacciata dove con gli scarponi dovevo gradinare a suon di calci nell’impossibilità di rimettermi i ramponi… infine una cengetta di forse trenta centimetri dove con esercizio di equilibrio riuscii a rimettermi i ramponi con lo sguardo che li vedeva ad ogni respiro ruzzolare malamente fino alla base della parete. Dopo il traverso la via era nostra: una lunga cavalcata fino alla vetta del Pizzo, con lunghi tratti di conserva e alcuni tiri davvero belli e in un ambiente eccezionale.
L’avevamo vista bene in che condizioni era: ottime. I camini erano zeppi di neve. Il tempo però per Matteo (Meucci) stringeva: una bambina in arrivo, un periodo di lavoro da passare all’estero. Le previsioni davano peggioramenti per la domenica pomeriggio. Alcune previsioni…
E si sa, le previsioni dicono. Poi siamo noi a leggerle, belle o brutte. Quasi senza rendermene conto mi trovo a riempire lo zaino di ciarpame d’ogni sorta, viveri per più settimane, generi di prima necessità. Mancano solo i cliff. Dormo a casa di Matte, sul divano, qualche ora. Tanto la sveglia è presto, e Riccardino la fa suonare anche un pochino prima del previsto. Ore 4,30 siamo in viaggio verso Orto di Donna, ci fermiamo anche per strada a fare un sonnellino e a bere un caffè.
Alle prime luci svuotiamo gli zaini e cerchiamo di ridurre la mole di roba da portarsi in spalla… alla fine di tutti i miei viveri luculliani mi viene concessa una bustina di ovomaltina e in sede del tutto eccezionale una busta di crema ai funghi porcini liofilizzata. Lo zaino pare davvero spropositato, roba da boy scout in giro per due settimane… Saliamo a foce Siggioli, e scendiamo la ferrata senza correre (anche volendo non potremmo farlo).
Fa caldo. Molto caldo. Troppo.
Vediamo le rocce che qua e là colano… arriviamo all’attacco, ci leghiamo. Lo zaino in effetti ora pesa meno, ma mica tanto… All’attacco la parete scarica parecchio, siamo protetti dalla fascia di strapiombi, eppure… eppure un sasso centra perfettamente il casco di Matte, rimanendo lì conficcato come la penna di un indiano. Lui manco se n’era accorto… quando su mio invito si tocca la calotta… “Credi ai presagi? Torniamo indietro?”. “Sì, ci credo. Andiamo.”
Il mio primo passo sulla Oppio non fu certo glorioso: appena appoggiato lo scarpone sulla roccia umida mi scivolò via! Capìta un poco la tecnica di scalata con gli scafi di plastica sulla roccia slavata del Pizzo il gioco risultò facile, e veloce. Rapidamente superammo alternandoci al comando la rampa e i primi tiri, indossando i ramponi alla sosta subito dopo la rampa. Un primo tiro di soddisfazione ci portò al terrazzo di Lotta Continua: da lì Matte prese il comando per superare due tiri particolarmente ostici che ci impegnarono per diverse ore. I passaggi che d’estate con le scarpette avevo superato senza fatica ora con lo zaino, i ramponi ai piedi e a tratti con le mani nude mi parevano davvero estremi! Usciti facendo qualche bel numero dalle maggiori difficoltà della parte bassa ci rimanevano ancora un centinaio di metri di terreno più articolato per raggiungere il posto dove avevamo previsto di bivaccare, il terrazzo dove d’estate si incontra la scritta ‘potere alle masse’.
Passato in testa alla cordata cercavo di accelerare il ritmo, ma quello che d’estate era un facile pendio di III di roccette con erba ora mi pareva un muro difficilissimo. Mi infilo su per una rampa di nevaccia dove riesco però a mettere buone protezioni, supero con un ultimo sforzo un caminetto roccioso e mi trovo su uno scivolo di neve, senza possibilità di far sosta. La luce viene sempre meno, e mi coglie il dubbio di essere andato troppo a sinistra… non ho più punti di riferimento. E non trovo buoni punti dove poter attrezzare una sosta. Salgo, diritto, e finalmente su una roccia affiorante ai bordi dello scivolo vedo un chiodo. Ne sono certo, ricordo di aver visto quello stesso chiodo, un universale, lo scorso mese di luglio quando con due amici ho ripetuto la via. Prendo la frontale dallo zaino e rincuorato procedo di conserva per qualche decina di metri, fino a che incontro un’ottima fessura dove sostare. Non sono certo di essere nel punto giusto, mi pare tutto così ripido… recupero Matte che arriva al buio. Decidiamo di bivaccare sul posto. Scavando un poco troviamo la scritta ‘potere alle masse’, e anche un chiodo… siamo al punto giusto!!! Matte all’inizio propone di scavare due piazzole per stendersi in orizzontale: io mi rifiuto. Non ci penso nemmeno, io lì non mi stendo!!! E così a suon di calci scaviamo un comodo sedile con tanto di schienale, materassini sotto al sedere ed il bivacco è pronto. Sono ormai le 20 quando banchettiamo in quella comoda posizione… Non fa freddo, e la parete scarica. Lontano però: siamo ben coperti da un piccolo strapiombo. Mescoliamo neve sciolta col fornelletto, cuscus, cubetti di grana e crema ai funghi porcini in un pastone che alla fine risulta davvero una prelibatezza… Ricordo anche di aver dormito un poco quella notte!!! Il cielo era bello stellato, spente le frontali la luce della luna faceva assumere alle creste e ai pilastri circostanti un aspetto minaccioso e inquietante. Ma io ero con Matte. Ero sereno come il cielo sopra di noi.
La sveglia del cellulare trillò che era ancora buio… ancora quindici minuti, si disse… mentre gustavamo quegli ultimi attimi di tepore nei sacchi a pelo un primo fiocco, poi un secondo, un terzo… il cielo era coperto, nevicava.
Ricordo che nessuno dei due disse nulla. Sciogliemmo della neve per il tè, io avevo la mia ovomaltina che mi mangiai secca a cucchiaiate, a Matte faceva mal di stomaco. Partimmo. Un tiro brevissimo ci condusse alla fessura diedrica. La roccia del pizzo, scivolosa di suo, diventa davvero poco godibile alle 7 del mattino del 1 marzo, soprattutto se sta anche nevicando. Attorno alle 10 avevamo superato anche quella. Non era più tempo di giocare, uno solo di noi due aveva le carte per uscire in fretta e col margine di sicurezza maggiore. Io salivo veloce senza nemmeno fermarmi a pensare, come un automa, non sentivo fatica, freddo, fiatone. Alle soste strizzavo i pugni per eliminare l’acqua che mi inzuppava regolarmente i guanti. Non mollava mai: l’ultima sorpresa ce la riservò l’ultimo strettissimo camino, occluso da un tetto di ghiaccio di un metro e mezzo da aggirare delicatamente, ma con un bel passo atletico e deciso. Altri due tiri, la cima, le telefonate agli amici preoccupati per noi. Ricordo le mie mani, bianche… Mi ci vollero diversi giorni per fare asciugare tutto.
La Oppio fu l’ultima salita della stagione con Matte: impegni di famiglia e lavoro gliel’avrebbero fatta concludere in anticipo. Il grande assente dalla scena apuana del fantastico mese di febbraio era tornato: il Monaco, al secolo Matteo F., orami ripresosi da una piccola operazione alle vie nasali era tornato, più battagliero che mai. La prima salita dopo l’operazione fu Ghad Il Polveroso al Colle della Lettera, salita con condizione al limite del proibitivo… sì, il monaco era tornato come nuovo.
Partimmo da Pisa ad un orario improbabile un sabato mattina, raggiungendo le cave di Ugliancaldo alle primissime luci.
Troppo caldo… umido… le condizioni sono ben peggio di quanto ci aspettassimo. Al parcheggio la macchina dei nostri due amici Alberto e Giancarlo, che sappiamo essere sulla via Cantini De Bertoldi. Andiamo all’attacco intanto: se loro, padri di famiglia, attaccano… tanto male non sarà…
Dopo i primi quattro tiri della Oppio capiamo che il nostro progetto di salire in centro parete va abbandonato: scariche continue spazzano il primo camino dopo la rampa. Proseguiamo così lungo la rampa. La scelta più sicura è salire anche noi dalla Cantini De Bertoldi: anche il canale alto dei Genovesi è bombardato da scariche continue… Raggiungiamo spediti i nostri amici e li seguiamo lungo la via, con alcuni tiri piuttosto belli. Essere in quattro, amici, su quella grande parete rende la giornata bella e serena nonostante le cattive condizioni della parete. Alle soste offriamo le nostre vivande (abbiamo con noi tutto il materiale da bivacco, portato in previsione della salita in centro parete) e il clima è allegro e disteso. Lungo la discesa nubi colorate dal tramonto trasformano Cavallo e Pisanino in colossi himalayani.
Con quel caldo la stagione poteva considerarsi conclusa al Pizzo.
Ritornò il vento di bora, invece. Le temperature scesero repentinamente, bloccando tutto. Il sabato me ne resi conto sulla cresta della Pania, quando, uscito da una via, mi dovetti infilare in un buco per poter resistere alle raffiche… le condizioni tornarono ottime, riportando il calendario indietro di un buon mese. Una nuova sveglia ad un orario improbabile, un sabato notte degli altri diventava di nuovo per noi una domenica mattina. Alle cave prepariamo gli zaini con la roba per due giorni: al solito con Matteo devo litigare per il materiale da portare. Cerco di nascondere qualcosina in più nelle tasche senza dare nell’occhio… mi fa anche rinunciare all’ovomaltina. I primi tiri della Oppio ormai ben noti ci scorrono sotto alle mani molto rapidamente; dopo la rampa indossiamo i ramponi e stringiamo le piccozze, che non abbandoneremo più fino alla fine. Arriviamo rapidamente al terrazzo di Lotta Continua, e da lì pieghiamo verso destra imboccando le varianti dei Fiorentini. Tutti e due conosciamo bene i tiri dei camini… evitandoli guadagnamo parecchio tempo, le varianti sono belle e in condizioni invernali mai troppo difficili. Il nostro obiettivo ormai è a portata di mano: una linea di bellissime colate scende dai camini della Oppio, sgrondando un centinaio di metri a sinistra rispetto alla fessura diedrica… e di lì che vogliamo salire.
Con un traverso espostissimo ma non troppo difficile raggiungo un’altrettanto esposta sosta, dove recupero Matteo. Da lì un tiro bellissimo di più di cinquanta metri offrirà le maggiori difficoltà della giornata. Sicuramente per bellezza, continuità ed esposizione uno dei tiri più belli che questa stagione ci ha offerto!!! Saliamo tiro dopo tiro su terreno vergine, fino alle cengia Simonetti, che raggiungiamo attorno alle 18. La cuspide sommitale non offre logiche possibilità di salita in libera…Abbiamo con noi tutto il necessario per un comodo bivacco, ma la prospettiva di uscire in vetta e potersi stendere comodamente senza alcun pensiero per l’indomani è troppo allettante. Con un delicato traverso alle ultime luci del giorno raggiungiamo il canale alto della Oppio e la selletta del gran Pilastro: al buio attrezzo la sosta. Altri due tiri e siamo fuori… il vento che per tutto il giorno ci aveva risparmiati ora ci sferza violento… quegli ultimi due tiri scorrono lentissimi, nell’oscurità totale. La vetta poi, le luci di Vinca, lo scivolare sereno lungo la parete est e un comodo bivacco ai margini del bosco, nei pressi della torre del Diavolo. Nasceva così la via dei Cervelli in Fuga, l’ultima via del Monaco alla nord prima della sua partenza per Parigi… E l’ultima via di quella bellissima stagione.

Enrico Tomasin

Cervelli in fuga

 

Cervelli in fuga - uno dei tiri più belli della stagione

 

Matteo e la nord!

 

Oppio Colnaghi - Verso "Lotta Continua"

 

 

I camini alti della Oppio

 

 

I tettini di ghiaccio della Oppio

 

Il traverso originale dei genovesi

Sabato scorso con Oreste e Alessandro abbiamo finito un nuovo itinerario sul versante N.O. del Pilastro di Fociomboli del Monte Corchia. La nuova via sale parallela a destra alla via Padre Corchia lungo una evidente e logica sequenza di fessure e diedri.
Dopo un precedente tentativo, dove abbiamo salito i primi tre tiri, sabato con altri due tiri abbiamo concluso l'itinerario di stampo classico che si presenta piuttosto impegnativo e sostenuto con difficoltà fino al VII- A1 e VI obbligatorio.
La via è attrezzata sia alle soste che lungo i tiri con chiodi e alcuni spit messi a mano e occorre portare un gioco di fr. fino al 3 Camalot più i micro e una serie di nuts. Chiodi e martello non indispensabili ma possono essere utili.
Roccia buona solo in alcuni punti occorre un po' di attenzione.
Attacco in comune a Padre Corchia (ch. con cordone rosa) risalito il primo risalto in comune a Padre Corchia, si sosta con questa, poi si va a destra ad una evidente evidente placca (sotto strapiombi) con chiodo iniziale quindi sempre a destra sempre su placca per entrare nel primo diedro. (in questo tiro abbiamo trovato tracce di un tentativo).
Dedichiamo questa nuova via all' AMICO ALMO per tutti noi "Clint" amico e compagno di tante avventure montanare che rimarrà sempre nel nostro cuore.
Ho conosciuto Almo tanti anni fa ad un corso roccia della nostra scuola dove lui si era iscritto . Da allievo e istruttore che eravamo, siamo diventati compagni di cordata condividendo scalate avventurose ed altre tranquille e divertenti. Da li in avanti la sua grande passione l'ha portato molto lontano diventando istruttore nella nostra scuola e raggiungendo tanti traguardi alpinistici.

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La relazione

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MONTE CORCHIA 

Versante Ovest  – pilastro angolare (Fociomboli)

Via “ AMICO ALMO “

Sviluppo 195  mt. 

Diff.: TD + con difficoltà di VI e A1 in libera VII-

Aperta da  BENASSI Alberto - VIETINA Oreste – ROSSI Alessandro.

2 AGOSTO 2014

L’itinerario aperto e dedicato all’Amico CONTI Almo recentemente scomparso, dopo un precedente tentativo effettuato dove erano stati saliti tre tiri. Usati chiodi e materiale da incastro con 2 spit di passaggio ed alcuni alle soste. L’itinerario è rimasto attrezzato sia sui passaggi che alle soste  e per una ripetizione sono necessari una serie di friend sino al 3 compresi i micro (misure Camalot ) – nuts, Utile  il martello ed eventualmente qualche chiodo.

La via si svolge sulla dx dello pilastro dello spigolo di Fociomoboli del versante ovest del Monte Corchia, su roccia  buona e a tratti ripulita. L’attacco è in comune con il primo tiro della Via Padre Corchia, poi si sviluppa alla sua destra seguendo una serie evidente di diedri/fessure. (Nel primo tiro è  stata trovata una vecchia sosta di calata).

Le valutazioni delle difficoltà sono quelle affrontate in apertura. Nel corso dell’ultima salita sono stati superati tutti i passaggi in libera, tranne due passaggi del quinto tiro.     

L’attacco si raggiunge deviando a destra, 40 mt. prima di raggiungere l’attacco dello “spigolo di Fociomboli” alla base di un cono detritico ed è evidenziato da un chiodo con cordino.

L1)  si sale il muro sovrastante  (1 ch. con cordino), andare leggermente a dx (1 ch. con cordino)  poi si risale l’ultimo muretto raggiungendo un tratto erboso (IV+). Dopo aver rinviato un (1 ch. con cordino) salire  verso sx su terreno erboso fino a raggiungere la sosta di Padre Corchia. ( 1 ch.+ 1fix -  30  mt. IV+ ) tiro in comune con Padre Corchia

L2) si risale in obliquo a dx per terreno erboso fino a raggiungere delle belle  placche (1 ch.) superare il muretto (1 ch.) al termine del quale traversare a dx su bella placca (1 cordino su spuntone) fino a raggiungere un diedro di cui si sale la placca a sx ( 2 ch.) fin sotto un tratto leggermente aggettante da cui si esce a sx al terrazzino con la sosta ( 2 ch.+ 1spit -  40 mt. -  V+ , IV+ ,VI- )

L3) dalla sosta salire il muro soprastante con movimenti atletici (1spit  e 1 ch) fino ad uscire  su terreno più appoggiato, salendo poi dei gradoni sino alla sosta alla base di un diedro/fessura ( 1 ch.+ 1spit -  35 mt. -  VI e A1  poi IV+ , in libera VII- )

L4)  si sale la difficile placca sfruttando la fessura/diedro, al termine della quale si esce leggermente a sx (3 ch.)  poi salire per muretti con fessura da proteggere fino a raggiungere una cengia (1 ch.) da cui si esce a sx per raggiungere la sosta in comune con Padre Corchia ( 2 spit e catena -  25 mt. -  VI e A1  poi V , in libera VI+ ).

L5)  si traversa su cengetta erbosa a dx  puntando all’evidente diedro. Per raggiungerlo superare un muro  dapprima in libera V+ (2 ch. il primo con cordino)  quando diventa più verticale  (1 spit) su 2 passaggi in artificiale A1 ( 1 nuts + 2 ch.) raggiungere il fondo del diedro che si risale con bella arrampicata sino alla fine (2 ch.) da cui si esce dapprima a sx  su placca (1 ch.)  per poi traversare decisamente a dx  doppiando lo spigolo alla sosta su terrazzino erboso. ( 2 spit -  25 mt. -  V+,VI e A1  poi V+ ).

L6)  sopra la sosta si punta ad un evidente diedro sulla sx (1ch.) si supera questo (1ch.) per uscire su uno spigoletto a dx, andare contro un muro (1 cordino su spuntone) superarlo, poi leggermente a sinistra superando alcuni gradoni fino a raggiungere la cima del pilastro di Fociomboli ( sosta da fare o sfruttare quella di Padre Corchia) -  40 mt. -  V+ poi  IV+ )

 

Discesa: in comune con quella dello spigolo di Fociomboli, per traccia dapprima in direzione  est, poi scendere, sempre per traccia in direzione nord per raggiungere il sottostante canalone detritico  (brevi passaggi di arrampicata II esposti, oppure con  1 cd. 25 mt. su albero). Seguire in discesa il canale, dopo 50 mt. traversare a sx e, costeggiando le pareti e si ritorna all’attacco delle spigolo di Fociomboli o della via. ( 20 minuti )     

           


Oreste, Alessandro, Alberto.

A maggio con un amico sono andato sulle Orobie per salire il Canale Tua, al Pizzo Redorta. È stata una piccola avventura visto che nessuno dei due era mai stato in quella zona. La preparazione alla salita comunque è stata puntigliosa: acqua, cibo per due giorni, vestiario pesante, studio ossessivo dell’attacco del canale e della via, con tanto di foto e telefonate al gestore del rifugio. A cause degli impegni lavorativi siamo dovuti partire nella tarda mattinata, destinazione Valbondione (Bergamo). Alle 17 siamo in paese e ci incamminiamo per quella che è la prima tappa del nostro percorso, il Rifugio Coca: dormiremo nel locale invernale, lasciato sempre aperto, mentre per quanto riguarda l’acqua dobbiamo ringraziare il gestore, il quale ci ha lasciato la fontana aperta. Il dislivello è di 1000 metri circa e, carichi come siamo, arriviamo a destinazione belli provati dopo due ore e trenta. Qualche stambecco saltella intorno e vediamo anche un camoscio. La vallata è tetra, caratterizzata da rocce scure e torrenti d’acqua scrosciante tutt’intorno. Il locale è spartano, niente luce, solo brande e coperte. Prepariamo la nostra cena con già indosso pile e gusci: il freddo inizia a pungere. Il pasto non è di qualità eccelsa, ma cerco di mangiare e bere il più possibile, visto che il giorno dopo ci attendono altri 1000 metri di ghiaccio e neve. Ci svegliamo alle 3,30: il mio compagno di cordata, Alessandro, non ha dormito granché, mentre io ho dormito come un sasso, anche grazie alla massiccia cena. Colazione zuccherosa e via con le frontali in testa. Lo zero zermico è a 2150 metri, l’attacco del canale, che individuiamo subito, è a 2300. Il versante orientale del Redorta è maestoso e tutt’intono abbiamo vette innevate, sulle quali sovrasta la mole del Pizzo Coca. Il canale è 600 metri circa, poi ci separeranno soltanto 130 metri circa dalla vetta. La neve è compatta, ma non ghiacciata, e i ramponi attaccano bene: inizio io come primo su pendenze che vanno dai 45° ai 50°. Le pareti ai nostri lati, soprattutto quella di destra, sono imperiose e ogni tanto fischia qualche sasso: questo è il pericolo numero uno del canale e affrettiamo il passo ancora slegati. Il primo saltino lo superiamo senza problemi (70° circa), mentre il secondo necessita di una sosta: Ale va da primo e superiamo il muro di ghiaccio (80°), fragile, che ci ostacolava. La giornata è stupenda, ma la salita ancora lunga. Fino alla forcella finale andiamo in conserva e io, nuovamente primo, metto e tolgo un paio di fittoni tra noi. Le difficoltà tecniche sono finite, ora contano le gambe e i polmoni. La vista è magnifica e la salita alla vetta è una bella ramponata tranquilla, ma per i crampi, scopro di avere muscoli che nemmeno conoscevo. La discesa, come al solito, sarà la parte più faticosa. Prendiamo un canale sul versante ovest, faccia a monte lo scendiamo per oltre un centinaio di metri. Poi nevai infiniti, fino al Rifugio Brunone. Qui mangiamo come lupi; un signore gentilissimo si offre di accompagnarci giù fino a Fiumenero, da dove è partito. Grazie a lui, il signor Giovanni di Clusone, ci eviteremo i sei chilometri di asfalto per tornare alla nostra auto. Ma prima di Fiumenero di chilometri da fare ce ne sono ancora molti. I piedi sono a pezzi, spesso ci fermiamo per riprendere le forze mentre lui, Giovanni, paziente ci aspetta e ci parla di stambecchi, storie di quelle montagne e di quelle vallate. Ci separiamo all’auto; ci attendono ancora quattro ore prima di essere a casa. 

Di Giovanni Guidi

Esattamente cinquanta anni fa mi trascinavo da solo sulla Nord del Pizzo d’Uccello. Con me era uno zaino enorme, carico di cose inutili. Le stesse di cui avrei dovuto liberarmi anche in seguito, nella vita.

Una casuale solitaria
Quarta solitaria della via Oppio-Colnaghi alla Nord del Pizzo d’Uccello (Alpi Apuane)
(scritto nel febbraio 1966)

Martedì 14 settembre 1965. Sono in viaggio da solo per Equi Terme e sono diretto alla Nord del Pizzo d’Uccello, via Oppio-Colnaghi.

Di solito i progetti alpinistici impegnativi sono covati a lun­go prima di essere attuati, e anzi il periodo d’incubazione del­l’impresa è caratterizzato da pensamenti e ripensamenti, mo­difiche, incertezze, saltuaria sicurezza: per me questi problemi non sono esistiti; ieri sera sono andato a dormire, con tutto il materiale sparso per la stanza, non avendo la più pallida idea di dove sarei andato all’indomani. Poi, la decisione improvvi­sa. Ho fatto il sacco, pesantissimo, ho dato uno sguardo agli orari del treno, e son partito.

Alle 14.30 arrivo a Equi, dove mi fermo per comprare un barattolo di marmellata, unico mio cibo per due giorni, assieme a un grosso pane e a una formaggetta. Questo striminzito regime alimentare non è dovuto al mio desiderio di portare meno peso nel sacco, ma al fatto che ho con me pochi spiccioli più del necessario per il viaggio.

Percorro il paese tra gli sguardi più stupiti ed entro nel Solco d’Equi, le cui pareti a strapiombo fanno rimbombare i miei passi.

La parete nord (700 m) del Pizzo d’Uccello dalla Foce Siggioli

Fa caldo e sudo abbondantemente. Arrivato alla cava, tra­verso il torrente e mi avvio su per la lizza. Chiedo a un bo­scaiolo se sono sulla giusta via per i «Cantoni di neve vec­chia” e lui, tra un mugolio e l’altro, mi fa capire che non sa neppure cosa siano questi Cantoni. Visto che vuol essere lasciato in pace, lo abbandono al suo lavoro e continuo sulla lizza.

Una delle più grandi soddisfazioni per un alpinista è quella di vedere, la sera prima dell’arrampicata, la parete, o almeno la cima, che domani salirà. E gli piacerebbe vederla arrossata dal sole che tramonta. Per quanto riguarda me, adesso è tanto se non cammino nella nebbia. Il lusso di poter rintracciare, al­meno approssimativamente, la via, evidentemente non mi è concesso, anche perché è la prima volta che vengo nelle Apua­ne e questi monti mi sono completamente sconosciuti.

Già innervosito dal caldo, dal brutto tempo e dal sacco che mi pesa sopra, un piccolo incidente per poco non mi fa im­bestialire. Una mosca, evidentemente attratta dall’odore del mio sudore, mi si posa dappertutto: sulle mani, sulla fronte, sulla faccia. Pur di farla finita col noiosissimo insetto, sarei disposto a spiaccicarla con una manata, ma la furba riesce a evitare le mie sberle; fino a che, proprio mentre stavo per posare il sacco e dare liberamente in ismanie, se ne va: forse si è accorta che, nonostante le apparenze, non sono un mulo.

Accompagnato da queste piccole contrarietà, che rendono la montagna ancora più piacevole e distensiva, arrivo senz’altro alla casetta abbandonata sotto i Cantoni di neve vecchia. L’u­nico vano accessibile è una specie di buco, puzzolente e ba­gnato, in cui decido di passare la notte. Tra un preparativo e l’altro, esco ogni tanto per vedere la parete, ma ogni volta rien­tro, inseguito dalla nebbia.

Così cominciano i primi dubbi sulla possibilità di questa ascensione, viste le condizioni atmosferiche. Ma poi rimando ogni decisione a domattina e m’infilo bruscamente nel sacco­piuma, dopo aver ingoiato un po’ di tè.

La notte, grazie al mio equipaggiamento (che però dovrò poi trasportare in parete), passa bene. Ogni tanto mi sveglio e ho così il dispiacere di vedere che ci sono le stelle e la luna… va a vedere, caro Alessandro, che domani dovrai proprio fare la Oppio! Però, quando mi alzo, alle 6,10, il cielo è nuvoloso. Ma la parete si vede ed è proprio come me l’aspettavo. Dopo aver bevuto un nauseante intruglio (ogni volta ne escogito uno diverso e ogni volta la soluzione è poco brillante), risalgo la parte terminale della valle, fino all’attacco, presso la fessura diagonale di 70 metri. Sistemo bene nel fondo dello zaino le cose che non mi servono, come il sacco-piuma e le scarpe da tennis, che ho portato perché gli scarponi che indosso sono in un tale stato che le suole potrebbero benissimo staccarsi all’improvviso su un qualsiasi appoggio; e in superficie, a portata di mano, le altre così che mi serviranno, tra cui borracce, bor­raccine, borraccette piene d’acqua: su questa parete, infatti, voglio eliminare, se non la fame, almeno la sete. Sull’imbraga­tura sistemo chiodi e moschettoni; i cunei nel sacco, assieme alla maggior parte dei cordini; le staffe e il martello in tasca, il casco in testa, la corda, per ora, a tracolla.

Sono le 7.30. Date le non eccessive difficoltà di questo pri­mo tratto (III e IV grado), dovrei andare spedito. Invece i primi passi sono una pena. Il sacco pesa troppo e se c’è qual­che piccolo strapiombo sono molto impacciato. Bene o male arrivo alla cengia erbosa, su cui invece vado meglio, arrivando così al canale-camino. Sto già pensando seriamente di tornare indietro. Invece nel canale e sulla crestina di destra ingrano la marcia e procedo molto velocemente. La mia arrampicata, non disturbata dalle manovre di corda di una normale cordata da due, è completamente automatica. Appiglio, appoggio, appiglio, appoggio. A ogni comando visivo rispondo con un moto della mano o del piede, sempre diverso e sempre uguale. Alle prime difficoltà, mi lego con la corda e salgo in libera, assicurato ai chiodi che trovo in parete. Due o tre tiri di V, l’ultimo dei quali in un camino il cui diametro è inferiore ai 50 cm: tra le più truci imprecazioni sono così costretto a salire con mosse poco eleganti, allungando e accorciando con rapidi movimenti la cassa toracica, come i serpenti.

Giungo così al punto più difficile: tento di passare, ma mi accorgo che non lo farei in completa sicurezza. Allora tiro fuori le staffe con il fiffi e, usufruendo dei quattro chiodi in pare­te, eccomi fuori. E ora, avanti verso la base del «pilastro».

Un rumore assordante mi fa sussultare: i cavatori di marmo hanno fatto brillare le mine e i trattori hanno cominciato a muoversi. Non posso più dire di salire «nel silenzio delle cro­de». Arrivo alla fessura-diedro, che trovo molto bagnata; e dopo alcune liste erbose sono alla base del camino di 120 metri.

Qui la mia arrampicata, da automatica che era, si fa più concitata. Sento odor di vetta e ormai sono gasato a sufficien­za per superare i passaggi di V senza perder tempo ad assicu­rarmi. Giunto circa a metà, taglio a destra sulla parete del pi­lastro e vado così fuori via. Mi trovo in un punto in cui la roccia è completamente marcia e sono costretto a procedere con cautela. L’esposizione qui è assoluta e certo non consiglio a nessuno questa mia variante. Ogni appiglio che tocco, si muove.

Dopo 40 metri di V continuato, esco in vetta al pilastro sommitale, alla cui sinistra sbuca il camino di 120 metri. Qui c’è il libretto di via e vi pongo sopra la mia firma. Ancora 70 metri di parete, su rocce meno friabili di quanto sia fama, e sono in vetta, tra la nebbia più fitta. Sono le 12.10.

Attorno a me, silenzio. Mi trovo in cima ed è come mi ri­svegliassi. La lunga parete è ormai sotto di me. Una parete troppo poco desiderata, troppo poco voluta. Perciò è stato come un sogno, rapido e passeggero, che esiste prima che noi lo vo­gliamo.

Penso a degli amici che prima di me si sono trovati su que­sta vetta, e alle parole con cui uno di essi ha espresso i suoi sentimenti: “… Mentre il sole sta lentamente calando, sulla vetta del Pizzo d’Uccello quattro persone accomunate dalla stessa fervente passione parlano sommessamente additando cime lontane e vicine, dal profilo amico e sulle quali altre ore su­blimi sono state da essi vissute. Per Sergio e per me le Apuane non son mai state così belle, poiché ora, dopo la lotta, sen­tiamo fluire nei nostri cuori una profonda riconoscenza e un grande amore per questa natura di pietra, che ci dispensa gioie, tra le più grandi della nostra vita alpina…».

Io non sono circondato da montagne familiari: vette di cui conosco soltanto il nome, di cui non ho presenti neppure le forme. Sono ancora solo in vetta al Pizzo d’Uccello, solo, con una parete appena salita.

Rinuncio a bivaccare e a proseguire per la Cresta Garnerone, come avevo in programma. Scendo a Vinca e approfitto di un passggio in auto per la stazione di Equi.

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