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Domenica 26 Mar 2017
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Una casuale solitaria

Esattamente cinquanta anni fa mi trascinavo da solo sulla Nord del Pizzo d’Uccello. Con me era uno zaino enorme, carico di cose inutili. Le stesse di cui avrei dovuto liberarmi anche in seguito, nella vita.

Una casuale solitaria
Quarta solitaria della via Oppio-Colnaghi alla Nord del Pizzo d’Uccello (Alpi Apuane)
(scritto nel febbraio 1966)

Martedì 14 settembre 1965. Sono in viaggio da solo per Equi Terme e sono diretto alla Nord del Pizzo d’Uccello, via Oppio-Colnaghi.

Di solito i progetti alpinistici impegnativi sono covati a lun­go prima di essere attuati, e anzi il periodo d’incubazione del­l’impresa è caratterizzato da pensamenti e ripensamenti, mo­difiche, incertezze, saltuaria sicurezza: per me questi problemi non sono esistiti; ieri sera sono andato a dormire, con tutto il materiale sparso per la stanza, non avendo la più pallida idea di dove sarei andato all’indomani. Poi, la decisione improvvi­sa. Ho fatto il sacco, pesantissimo, ho dato uno sguardo agli orari del treno, e son partito.

Alle 14.30 arrivo a Equi, dove mi fermo per comprare un barattolo di marmellata, unico mio cibo per due giorni, assieme a un grosso pane e a una formaggetta. Questo striminzito regime alimentare non è dovuto al mio desiderio di portare meno peso nel sacco, ma al fatto che ho con me pochi spiccioli più del necessario per il viaggio.

Percorro il paese tra gli sguardi più stupiti ed entro nel Solco d’Equi, le cui pareti a strapiombo fanno rimbombare i miei passi.

La parete nord (700 m) del Pizzo d’Uccello dalla Foce Siggioli

Fa caldo e sudo abbondantemente. Arrivato alla cava, tra­verso il torrente e mi avvio su per la lizza. Chiedo a un bo­scaiolo se sono sulla giusta via per i «Cantoni di neve vec­chia” e lui, tra un mugolio e l’altro, mi fa capire che non sa neppure cosa siano questi Cantoni. Visto che vuol essere lasciato in pace, lo abbandono al suo lavoro e continuo sulla lizza.

Una delle più grandi soddisfazioni per un alpinista è quella di vedere, la sera prima dell’arrampicata, la parete, o almeno la cima, che domani salirà. E gli piacerebbe vederla arrossata dal sole che tramonta. Per quanto riguarda me, adesso è tanto se non cammino nella nebbia. Il lusso di poter rintracciare, al­meno approssimativamente, la via, evidentemente non mi è concesso, anche perché è la prima volta che vengo nelle Apua­ne e questi monti mi sono completamente sconosciuti.

Già innervosito dal caldo, dal brutto tempo e dal sacco che mi pesa sopra, un piccolo incidente per poco non mi fa im­bestialire. Una mosca, evidentemente attratta dall’odore del mio sudore, mi si posa dappertutto: sulle mani, sulla fronte, sulla faccia. Pur di farla finita col noiosissimo insetto, sarei disposto a spiaccicarla con una manata, ma la furba riesce a evitare le mie sberle; fino a che, proprio mentre stavo per posare il sacco e dare liberamente in ismanie, se ne va: forse si è accorta che, nonostante le apparenze, non sono un mulo.

Accompagnato da queste piccole contrarietà, che rendono la montagna ancora più piacevole e distensiva, arrivo senz’altro alla casetta abbandonata sotto i Cantoni di neve vecchia. L’u­nico vano accessibile è una specie di buco, puzzolente e ba­gnato, in cui decido di passare la notte. Tra un preparativo e l’altro, esco ogni tanto per vedere la parete, ma ogni volta rien­tro, inseguito dalla nebbia.

Così cominciano i primi dubbi sulla possibilità di questa ascensione, viste le condizioni atmosferiche. Ma poi rimando ogni decisione a domattina e m’infilo bruscamente nel sacco­piuma, dopo aver ingoiato un po’ di tè.

La notte, grazie al mio equipaggiamento (che però dovrò poi trasportare in parete), passa bene. Ogni tanto mi sveglio e ho così il dispiacere di vedere che ci sono le stelle e la luna… va a vedere, caro Alessandro, che domani dovrai proprio fare la Oppio! Però, quando mi alzo, alle 6,10, il cielo è nuvoloso. Ma la parete si vede ed è proprio come me l’aspettavo. Dopo aver bevuto un nauseante intruglio (ogni volta ne escogito uno diverso e ogni volta la soluzione è poco brillante), risalgo la parte terminale della valle, fino all’attacco, presso la fessura diagonale di 70 metri. Sistemo bene nel fondo dello zaino le cose che non mi servono, come il sacco-piuma e le scarpe da tennis, che ho portato perché gli scarponi che indosso sono in un tale stato che le suole potrebbero benissimo staccarsi all’improvviso su un qualsiasi appoggio; e in superficie, a portata di mano, le altre così che mi serviranno, tra cui borracce, bor­raccine, borraccette piene d’acqua: su questa parete, infatti, voglio eliminare, se non la fame, almeno la sete. Sull’imbraga­tura sistemo chiodi e moschettoni; i cunei nel sacco, assieme alla maggior parte dei cordini; le staffe e il martello in tasca, il casco in testa, la corda, per ora, a tracolla.

Sono le 7.30. Date le non eccessive difficoltà di questo pri­mo tratto (III e IV grado), dovrei andare spedito. Invece i primi passi sono una pena. Il sacco pesa troppo e se c’è qual­che piccolo strapiombo sono molto impacciato. Bene o male arrivo alla cengia erbosa, su cui invece vado meglio, arrivando così al canale-camino. Sto già pensando seriamente di tornare indietro. Invece nel canale e sulla crestina di destra ingrano la marcia e procedo molto velocemente. La mia arrampicata, non disturbata dalle manovre di corda di una normale cordata da due, è completamente automatica. Appiglio, appoggio, appiglio, appoggio. A ogni comando visivo rispondo con un moto della mano o del piede, sempre diverso e sempre uguale. Alle prime difficoltà, mi lego con la corda e salgo in libera, assicurato ai chiodi che trovo in parete. Due o tre tiri di V, l’ultimo dei quali in un camino il cui diametro è inferiore ai 50 cm: tra le più truci imprecazioni sono così costretto a salire con mosse poco eleganti, allungando e accorciando con rapidi movimenti la cassa toracica, come i serpenti.

Giungo così al punto più difficile: tento di passare, ma mi accorgo che non lo farei in completa sicurezza. Allora tiro fuori le staffe con il fiffi e, usufruendo dei quattro chiodi in pare­te, eccomi fuori. E ora, avanti verso la base del «pilastro».

Un rumore assordante mi fa sussultare: i cavatori di marmo hanno fatto brillare le mine e i trattori hanno cominciato a muoversi. Non posso più dire di salire «nel silenzio delle cro­de». Arrivo alla fessura-diedro, che trovo molto bagnata; e dopo alcune liste erbose sono alla base del camino di 120 metri.

Qui la mia arrampicata, da automatica che era, si fa più concitata. Sento odor di vetta e ormai sono gasato a sufficien­za per superare i passaggi di V senza perder tempo ad assicu­rarmi. Giunto circa a metà, taglio a destra sulla parete del pi­lastro e vado così fuori via. Mi trovo in un punto in cui la roccia è completamente marcia e sono costretto a procedere con cautela. L’esposizione qui è assoluta e certo non consiglio a nessuno questa mia variante. Ogni appiglio che tocco, si muove.

Dopo 40 metri di V continuato, esco in vetta al pilastro sommitale, alla cui sinistra sbuca il camino di 120 metri. Qui c’è il libretto di via e vi pongo sopra la mia firma. Ancora 70 metri di parete, su rocce meno friabili di quanto sia fama, e sono in vetta, tra la nebbia più fitta. Sono le 12.10.

Attorno a me, silenzio. Mi trovo in cima ed è come mi ri­svegliassi. La lunga parete è ormai sotto di me. Una parete troppo poco desiderata, troppo poco voluta. Perciò è stato come un sogno, rapido e passeggero, che esiste prima che noi lo vo­gliamo.

Penso a degli amici che prima di me si sono trovati su que­sta vetta, e alle parole con cui uno di essi ha espresso i suoi sentimenti: “… Mentre il sole sta lentamente calando, sulla vetta del Pizzo d’Uccello quattro persone accomunate dalla stessa fervente passione parlano sommessamente additando cime lontane e vicine, dal profilo amico e sulle quali altre ore su­blimi sono state da essi vissute. Per Sergio e per me le Apuane non son mai state così belle, poiché ora, dopo la lotta, sen­tiamo fluire nei nostri cuori una profonda riconoscenza e un grande amore per questa natura di pietra, che ci dispensa gioie, tra le più grandi della nostra vita alpina…».

Io non sono circondato da montagne familiari: vette di cui conosco soltanto il nome, di cui non ho presenti neppure le forme. Sono ancora solo in vetta al Pizzo d’Uccello, solo, con una parete appena salita.

Rinuncio a bivaccare e a proseguire per la Cresta Garnerone, come avevo in programma. Scendo a Vinca e approfitto di un passggio in auto per la stazione di Equi.

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