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Giovedì 17 Ago 2017
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San Pellegrino in Alpe

Piccolo e splendido borgo posto a 1525 m. s.l.m. proprio sul confine fra Toscana (comune di Castiglione Garfagnana) ed Emilia (comune di Frassinoro) dove sorge un antichissimo santuario che ha dato ospitalità a tutti i pellegrini che transitavano da questo passo e nella cui chiesa si venerano i corpi dei Santi Pellegrino e Bianco, non compresi nella iconografia ufficiale della chiesa ma venerati da più di dieci secoli dalle popolazioni locali. Se consideriamo che dentro la struttura del santuario si trova un bellissimo ed unico Museo della Civiltà Contadina non rimane niente altro che venire a visitarlo, perché ne vale sicuramente la pena. Raggiungerlo non è difficile: per coloro che provengono dalla Toscana basta giungere a Castelnuovo di Garfagnana e da qui prendere la strada per il Passo delle Radici: giunti a Pieve Fosciana anziché proseguire sulla statale delle Radici si svolta a destra seguendo le indicazioni per Chiozza e San Pellegrino; gli ultimi 3 km. di salita sono di una pendenza impressionante, forse qualcuno se li ricorderà perché più di una volta da qui è transitato il Giro d’Italia di ciclismo, altrimenti se ne accorgerà quando vi arriverà. Per coloro che risiedono in versante Emilia è necessario arrivare al Passo delle Radici e da qui svoltare a sinistra per San Pellegrino che dista solo 2 km. dal passo.

 

Storia - L’origine di questo borgo si perdono nella notte dei tempi anche se il primo documento ufficiale che ne attesti l’esistenza risale al 6 agosto 1110 quando viene citato in una charta offertionis rogata a Castiglione Garfagnana dal notaio Egizio, vivente la famosa contessa Matilde di Canossa ( la pergamena originale si trova nell’Archivio arcivescovile di Lucca). Seguono poi altri testamenti a favore del rettore dell’ospedale di S. Pellegrino, Mataflone, indicato come rector et dominus et magister rogati il 7 gennaio e il 7 febbraio 1192 e riguardanti porzioni di bosco posti al confine fra Castiglione e Sillico. Altri donativi del 1208 alludono ai terreni lavorati da tal Fabiano di Pieve Fosciana e fanno riferimento all’ospedale costruito e funzionale in Alpe nel distretto di Castiglione e a casa e terre in Sillico oltre a una selva in località Nervizzi vicino Pieve Fosciana.


La contrada di San Pellegrino viene poi ricordata in documenti del 1254 di papa Innocenzo IV e del 1346 di papa Alessandro III; risale invece al 1355 il documento con il quale il papa Alessandro IV provvede a dotare di privilegi ed immunità il rettore ed i frati di San Pellegrino delle Alpi tra la Toscana e la Lombardia (n.d.a. per l’ennesima volta ricordiamo che in Garfagnana si chiamava Lombardia tutta la terra che si trovava al di là del crinale appenninico) in confine delle diocesi di Lucca, Reggio e Modena, ed accogliendo l’ospedale, la chiesa, le persone ed i beni sotto la speciale protezione della Cattedra di san Pietro, principe degli Apostoli ed autorizzando i chierici dell’ospedale a rivolgersi per gli ordini sacri liberamente a ciascuno dei vescovi delle diocesi confinanti, dietro versamento, per la festa dell’Assunzione, di quattro libbre di cera e due oboli d’oro. Privilegi e benefici sono poi confermati anche dai papi Onorio IV e Nicolò IV.

 

Il santuario e l’ospizio o ospedale che sorsero in questa zona avevano la funzione di assistere i numerosi viandanti che transitavano da qui: infatti qui passava l’antichissima Via Bibulca e poi anche la famosa Via Vandelli, per cui credo senz’altro che valga la pena di spendere qualche parola su queste due strade anche perché l’antico Ospitale di San Pellegrino è nato in funzione di queste strade di comunicazione. L’ antica Via Bibulca era così chiamata perché il tracciato aveva un’ampiezza tale da consentire il passaggio di un carro tirato da una coppia di buoi. La storia della Bibulca è legata alle vicende che dall’antichità interessarono la valle del Secchia: la zona fu area di insediamento, a partire dal 2000 a. C., dei Friniati, una tribù che faceva parte della popolazione dei Liguri; questi impegnarono i Romani in una lunga guerra prima di venire definitivamente sconfitti nel 175 a. C., come racconta Tito Livio.


Durante questa guerra i Romani realizzarono una importante rete viaria che consentì loro di accerchiare i Friniati per poi sottometterli: la successiva colonizzazione ad opera dei legionari romani ai quali, al termine della loro carriera, erano state donate queste terre comportò lo sviluppo di una fitta rete di sentieri tra i quali la Via Bibulca, molto importante perché così larga da permettere in transito di un carro trainato da una coppia di buoi. Nel periodo delle invasioni barbariche questa rete viaria perse la propria importanza perché le popolazioni si spostavano raramente e solo in caso di estrema necessità visti i pericoli che incombevano sui viandanti. Con l’arrivo dei Longobardi si determinò la necessità di ripristinare il sistema viario che consentisse il valico dell’Appennino: il re longobardo Liutprando, nella prima metà dell’ VIII secolo, aprì il valico del Passo delle Radici per poter collegare la montagna modenese, strappata ai Bizantini, con i possedimenti longobardi della Garfagnana.

 

Così riprese vigore anche la Via Bibulca che, tuttavia, conobbe il suo periodo di massimo splendore verso la fine dell’XI secolo con la fondazione dell’Abbazia di Frassinoro per opera di Beatrice, madre della contessa Matilde di Toscana: la strada vide crescere ancora la sua importanza con la costruzione degli ospizi di San Geminiano e di San Pellegrino in Alpe, eretti per assicurare il ristoro, lungo il percorso ormai frequentemente battuto, ai pellegrini ed ai viandanti. Nei secoli che seguirono la Bibulca mantenne la sua funzione di collegamento fra la Toscana e l’Emilia fino a quando nel XVIII secolo non vennero eseguite nuove opere di viabilità transappenninica tra le quali la famosa Via Vandelli che da Modena portava fino a Massa valicando l’Appennino a San Pellegrino e le Alpi Apuane al Passo della Tambura e,soprattutto, la Via Giardini – Ximenes che da Pistoia portava fino a Modena valicando il Passo dell’Abetone (in realtà il paese era chiamato Boscolungo ma venne ribattezzato Abetone perché per far passare la strada venne abbattuto un enorme abete).


La Via Vandelli, invece, nacque per motivi diversi: nel marzo 1738, per motivi politici, fu concordato il matrimonio, che sarebbe poi avvenuto nel 1741, fra Ercole Rinaldo d’Este, erede del Duca di Modena, e Maria Teresa figlia del Duca di Massa Cybo – Malaspina. Per questo motivo, ma anche per assicurarsi un sbocco sul mare, il Duca di Modena Francesco III° d’Este commissionò al suo ingegnere, l’abate Domenico Vandelli (1691 / 1754), la costruzione di una strada che unisse Modena a Massa evitando, per ovvie ragioni territoriali, di transitare sia attraverso lo Stato Pontificio sia attraverso il Granducato di Toscana e sia attraverso il Ducato di Lucca. Il percorso risentì di questi impedimenti e delle difficoltà di attraversare la catena appenninica e le Apuane: valicò il primo ostacolo al Passo di San Pellegrino in Alpe e il secondo al Passo della Tambura (m. 1.670).

 

La strada fu iniziata nel 1738 e terminata nel 1751, ma non riuscì così come di voleva che fosse: l’asprezza del terreno nel versante apuano non ne rese agevole la costruzione nonostante che per costruirla si fossero impiegate maestranze provenienti dal Piemonte specializzate nella costruzione di muri a secco per sostenere la Via nei tratti più ripidi. Da Modena la Via Vandelli si dirigeva a Pavullo nel Frignano quindi a Barigazzo per salire, poi, al Sasso Tignoso sopra Sant’Anna Pelago e per l’Imbrancamento e Santona valicava poi l‘Appennino al passo di San Pellegrino in Alpe. Scendeva poi da Chiozza verso la Garfagnana e svoltava a destra prima di Castelnuovo per dirigersi verso la valle dell’Edron a Fabbriche di Careggine: per chi avesse visitato questo paese sommerso dal lago di Vagli durante uno dei decennali svuotamenti del bacino artificiale è opportuno ricordare che la Via Vandelli attraversava il paese sopra il caratteristico ponte.


Da qui la strada saliva verso la Valle di Arnetola, oltre Vagli di Sopra, per affrontare l’ardua ascesa al Passo della Tambura: questo passo, così come lo vediamo adesso, fu allargato artificialmente con le mine per farvi passare la Via. Da qui la strada precipitava verso Resceto superando un dislivello di 1.100 m. in appena 6 km. grazie all’abbondante uso di muri a secco (questa parte di strada è stata recentemente restaurata con grande perizia da parte della Comunità Montana ed è in ottimo stato) per poi terminare a Massa. L’ospizio di San Pellegrino, come già accennato, ha origini antichissime: si sviluppò grazie all’opera di San Pellegrino, vissuto durante il dominio longobardo, e di San Bianco, e di altri eremiti che dal VII secolo in poi continuarono l’opera di assistenza ai viandanti. L’opera silenziosa degli eremiti si attivò a favore dei viandanti e il continuo movimento di persone generò ad una frequentatissima fiera annuale che si svolgeva tra a cavallo fra l’ultimo giorno di luglio e il secondo di agosto, con particolare solennità il primo agosto.

 

La Repubblica di Lucca emise ripetuti bandi per favorire questa fiera: così il 13 luglio 1336 stabilì onde ciascuna persona possa andare e venire sicuramente con mercadanza e cose per la strada di Frassinoro e di S. Pellegrino delle Alpi. Con il passare del tempo l’ospizio di San Pellegrino si trovò ad essere tra i meglio attrezzati d’Italia per donazioni di benefattori e privati cittadini; donazioni e beni situati n località remote come Formigine, Seravezza e Pietrasanta. Enrico IV donò il 3 novembre 1187 dodici iugeri di terra sita in Fiorano e quattro anni dopo (12 marzo 1191) aggiunse la fattoria di Petra Allela situata nei pressi di Montepulciano. Lo stesso imperatore prendeva sotto la sua protezione l’ospizio con le persone ed i beni presenti e futuri, concedendo ampia facoltà di pascere armenti, tagliare fieno e dissodare all’intorno.


Privilegi e benefizi vennero poi confermati da Federico II nel luglio del 1239, esentando l’ospizio di S. Pellegrino da pedaggi e dazi e concedendo, fra l’altro, il diritto di derivare l’acqua del Secchia per il mulino di Rubiera. Come già accennato sono numerose anche gli interventi pontifici a favore dell’ ospizio, il più famoso decreto dei quali fu quello emesso in data 31 luglio 1255 in Anagni dal papa Alessandro IV nel quale si fa cenno alle liberalità ed immunità erogate da re e principi, nobili magnati, né si dimenticano le grazie che i fedeli ottengono nel santuario dove sono custodite le spoglie di San Pellegrino. Possiamo, pertanto, stabilire con certezza che alla metà del XIV secolo l’ospizio godesse di un grande potere e di buone rendite per cui non è fuori dal mondo affermare che fosse dotato anche di una ricca e fornita biblioteca: facciamo questa affermazione perché, purtroppo, dell’archivio dell’ospizio non ci resta più quasi niente in quanto nel 1380 Lodovico Bovo degli Antelminelli, a causa di liti scoppiate per l’amministrazione dei beni dell’ospizio, salì a San Pellegrino con una schiera di armati e diede alla fiamme bolle e documenti.

 

L’ospizio veniva amministrato dal rettore o anche da un laico, e questi non sempre si comportavano correttamente nell’amministrazione dei beni: fra i laici che invece operarono con grande lungimiranza va citato senza dubbio Lionello de’ Nobili, che può essere considerato il secondo fondatore del santuario dopo San Pellegrino. Fattosi sacerdote nel 1447, ormai prossimo ai quarant’anni, nominato rettore a vita dal pontefice Nicolò, IV, riordinò l’amministrazione (il territorio si estendeva per oltre 80 km. da Frassinoro a Lucca) dei beni del santuario consistente in fondi, case, vigne, boschi e prati, sovente lontani e poco redditizi, cedendo gli ospizi di Cittanova, Sassuolo e Campori; perseguì gli affittuari morosi diffidando monaci e laici dal questuare in nome dell’ospizio di S. Pellegrino delle Alpi. A partire dal 1451 ricostruì la chiesa a tre navate, le dipendenze e la canonica di Frassinoro; dal 1454 pose mano a restauro della chiesa e del monastero di S. Giorgio a Lucca e dal 1461 anche all’ospizio e alla chiesa di San Pellegrino, impegnando in questa ultima opera anche beni suoi personali.


La chiesa risultò così come ancora oggi la possiamo ammirare con tre altari ed un quarto nel mezzo della chiesa che contiene le spoglie dei santi Pellegrino e Bianco. Toccò al nipote di Lionello, Giacomo de’ Nobili, nel 1475 commissionare allo scultore Matteo Civitali l’artistico tempietto marmoreo che accoglie le spoglie dei due santi eremiti. Il santuario di San Pellegrino è sempre stato oggetto di grande venerazione ed erano numerosissimi coloro che vi si recavano per chiedere grazie ai due santi: come non citare il Giro del Diavolo, ma perché questo luogo si chiama così? E perché in questo luogo si trova un grandissimo ammasso di sassi che sono stati portati lì dall’uomo? Il libro “Storie e leggende della montagna lucchese” (scritto da Paolo Fantozzi per le edizioni Le Lettere) ce lo spiega esaurientemente: la leggenda dice che San Pellegrino, uomo di grandissima fede e pazienza, in questo luogo vide apparire il diavolo, che sempre lo perseguitava, che gli rifilò un sonoro ceffone per cui il santo cadde a terra tramortito.

 

Ma l’eremita, ormai stanco degli scherzi del demonio, si alzò e ricambiò il gesto del diavolo con un ceffone così potente che fece attraversare al maligno tutta la Garfagnana mandandolo a sbattere contro un monte e facendoglielo attraversare fino a fargli finire la sua corsa in mare: è così che è nato il Monte Forato. Una antichissima tradizione afferma che quando si va a San Pellegrino si deve portare un sasso in segno di penitenza: le dimensioni di questo sasso devono variare a seconda dell’età e della forza della persona. Quanto più la pietra è grossa, tanto più grande ed efficace è la penitenza: il sasso poi va portato al Giro del Diavolo, proprio in quel punto dove San Pellegrino rifilò al maligno un gran ceffone e in quel punto l’erba non è più cresciuta; ed è veramente emozionante osservare tutti quei sassi portati lì nel corso dei secoli da migliaia di pellegrini che si recavano al Santuario di san Pellegrino in Alpe e facevano penitenza con questo gesto, e ripensare a quanta fatica e sofferenza sono costati.


Per venire invece a personaggi famosi che sono venuti quassù l’elenco inizia con Arrigo, figlio di Federico II, che vi giunse nel 1216; prosegue con Lodovico il Bavaro e Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia. Aggregata la Garfagnana ai ducati estensi nel 1420, i governanti e i diplomatici ducali di fecero sosta più volte: così Ludovico Ariosto, governatore estense per la Garfagnana, vi venne più volte fra il 1522 e il 1525; poi Alessandro Tassoni, e Fulvio Testi. Nel frattempo Alfonso II d’Este nel 1570 vi fece aprire una prima modesta osteria (dove oggi sorge l’Albergo Appennino) mentre una seconda locanda venne affidata ai Lunari nel 1729 dal duca Rinaldo I d’Este. Ospite di San Pellegrino, dove gustò il vino bianco di Scandiano come ricorda nelle sue memorie, nel 1563 fu Bianca Cappello, poi divenuta Granduchessa di Toscana. Nel 1592 giunse all’alpe anche Michelangiolo Buonarroti. La notte del 14 maggio 1658 giunse a San Pellegrino e vi pernottò, la regina Cristina di Svezia con un seguito di centinaia di nobili e cavalieri guidati dal marchese Sebastiano Montecuccoli.

 

Salirono inoltre al santuario nel 1709 il cardinale Tanara, abate commendatario di Nonantola e Legato di Urbino; Ludovico Antonio Muratori nel 1716, allorché passò diretto alla volta di Lucca. Nel 1736 fu Pietro Leopoldo granduca di Toscana (come ricorda una lapide marmorea conservata nel piccolo coro del santuario); nel 1738 Francesco II d’Este; nel 1741 e 1750 Maria Teresa Cybo,duchessa di Massa e Carrara; nel 1779 Ferdinando, duca di Parma; nel 1786 Pietro Rodolfo, granduca di Toscana. Tra il 1760 e il 1790 anche lo scienziato Lazzaro Spallanzani fu ospite dei Lunardi e pellegrino al santuario nelle reiterate visite a scopo scientifico compiute nei domini estensi. Nell’estate del 1820 il grande poeta inglese Shelley si unì ad un gruppo di lucchese devoti e soggiornò per qualche tempo dai Lunardi; più di recente qui sono giunti il poeta Giovanni Pascoli e la sorella Mariù, Giuseppe Lipparini e tanti e tanti altri che è inutile citare.


Il Santuario - Come già affermato nella storia di San Pellegrino, il paese è nato proprio perché c’erano il Santuario e l’Ospizio che erano sorti in funzione di assistenza ai viandanti e ai pellegrini che transitavano per le antiche strade che valicavano il paso (vedi Via Bibulca e Via Vandelli): all’interno dell’edificio religioso nel XII secolo vivevano uomini e donne che facevano vita comunitaria. Si chiamavano tra loro con l’appellativo di fratelli e indossavano un povero abito sul quale erano ricamati un segno distintivo formato dagli oggetti caratteristici del pellegrino, il “bordone” (lungo bastone a forma di T) e la “scarsella” (la borsa da viaggio): costruirono una chiesa, molto più piccola di quella attuale, e un edificio di ricovero che furono poi uniti fra loro da una grossa volta (il “voltone” e così si chiama ancora la strada che vi transita) sotto la quale transitava l’antica strada che univa la Toscana all’Emilia.

 

Grazie a donazioni di benefattori e di devoti di San Pellegrino la chiesa acquisisce possedimenti sempre più numerosi; ma nel XV secolo la situazione del Santuario, dal punto di vista religioso, non è delle migliori e lo stesso edificio ne risente. Nel 1415 viene nominato rettore del Santuario Francesco di ser Jacopo de’ Nobili e, grazie alla sua opera, ma, soprattutto, di quella di suo fratello Leonello de’ Nobili, che gli subentrerà nella guida del santuario, la chiesa viene ampliata fino alle attuali dimensioni e l’ospizio viene ripristinato i modo da potere accogliere con decenza uomini e animali che hanno bisogno di ricovero. Fu il nipote di Leonello, Giacomo de’ Nobili, nel 1475 a commissionare allo scultore Matteo Civiltali la costruzione del tempietto marmoreo che accoglie le spoglio dei due santi, Pellegrino e Bianco, sicuramente l’opera più importante dal punto di vita culturale di tutto il santuario.


La curiosità maggiore all’interno della chiesa è il fatto che i corpi dei due santi siano per metà (dalla cintola in su) in territorio emiliano e per metà (dalla cintola in giù) in territorio toscano: inoltre esiste una antichissima tradizione per cui vicino al corpo dei due santi si trovano alcuni cestini dove i devoti lasciano bigliettini nei quali scrivono le grazie che implorano o qualunque altra cosa da chiedere a San Pellegrino e San Bianco. Nel Santuario le messe vengono celebrate nei giorni prefestivi alle ore 16 e nei giorni festivi alle ore 11: comunque per maggiori informazioni rivolgersi a Don Dino Bertozzi, parroco del Santuario, 0583 / 649067 e.mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

San Pellegrino e San Bianco - Come già ripetutamente affermato, i due santi non sono compresi fra i santi riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, ma la devozione per loro (segnatamente per San Pellegrino) è sopravvissuta anche a ciò e non ha mai perso consistenza: basta venire quassù e vedere quanti biglietti vengono lasciati vicino ai loro corpi per implorare grazie. Di dove fosse originario Pellegrino non è noto: c’è chi dice che fosse figlio del re di Scozia e che si fosse fermato in questi luoghi al ritorno da un pellegrinaggio fatto a Roma. Deciso a agevolare il transito dei pellegrini diretti a Roma e in Terra Santa iniziò la sua vita da eremita fornendo aiuto e assistenza a tutti coloro che sfidavano la montagna (e in inverno era veramente una impresa straordinaria) e valicano l’alpe: tra le opere da lui compiute si ricorda l’uso di mettere croci di faggio sui luoghi che percorreva e la tradizione resiste ancora oggi; infatti è rimasta tuttora la consuetudine che nel mese di agosto si sostituisca la grande croce di faggio che si trova ai piedi del Santuario in versante toscano con altra croce analoga mentre la vecchia viene fatta a pezzi, pezzi che vengono presi dai pellegrini.

 

Visse solitario: elesse a sua dimora il cavo tronco di un faggio secolare; ogni notte accendeva il fuoco per incoraggiare il cammino ai viandanti e testimoniare la sua esistenza sull’alpe. La sua fama si diffuse in tutta l’Italia settentrionale e centrale, testimonianza della benedizione divina su quei monti: fu tentato continuamente dal demonio ma seppe resistere a tutti i suoi tentativi. Anche la sua morte resta avvolta dalla leggenda: infatti un triste giorno non riuscì a sollevarsi dal suo giaciglio e il diavolo, che gli si avvicinò sotto mentite spoglie, lo trovò in compagnia di un giovane dalla bianca tonaca: “Questi prenderà il mio posto” affermò il santo, riferendosi a Bianco che era lì vicino a lui. Poi si addormentò e non si svegliò più: da allora è iniziata la leggenda che prosegue tuttora.

 

Museo Etnografico “Don Luigi Pellegrini” - Il Museo “Don Luigi Pellegrini” è collocato nei locali dove anticamente si trovava l’ospizio: io l’ho visitato diverse volte e posso dire che è veramente affascinante, unico, bellissimo. Si tratta di una raccolta della civiltà contadina di queste zone, quindi ci testimonia la dura vita che era quella dei contadini di montagna: ancora più dura di quella dei contadini di pianura per le condizioni climatiche proibitive. Vi è raccolta una infinità di oggetti, di ogni genere, forma e dimensione: posso dire che quella che più mi è rimasto in mente è la camera del contadino con l’armadio che altro non è che il tronco cavo di un castagno. Bellissimo!!! Il museo si articola su quattordici sale, ognuna delle quali esprime un determinato ambiente di vita o di lavoro: cantina, camera da letto, cucina, lavoro agricolo, filatura e tessitura, bottega del ciabattino, bottega di paese, cereria, officina del fabbro e mulino. Nato nel 1970 con il nome di “Museo della Campagna e della Vita di ieri”, è passato poi sotto la cura dell’Amministrazione Provinciale di Lucca: l’idea originale di raccogliere oggetti della vita contadina fu del curato Don Luigi Pellegrini, al quale è dedicata il museo stesso, e si è ampliata con il passare del tempo fino a che oggi è una delle più belle raccolte etnografiche che ci sia in tutta Italia.

Numeri Utili
Santuario di San Pellegrino in Alpe 0583 / 649067 e.mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.?subject=Contatto%20tramite%20AlpiApuane.com">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Museo Etnografico “Don Luigi Pellegrini” San Pellegrino in Alpe. Tel. 0583 / 649072
Orario luglio – settembre 9,30 – 13,00 e 14,00 – 19,00
ottobre – marzo martedì – sabato 9,00 – 13,00 domenica e festivi 9,00 – 12,00 e 14,00 – 17,00
aprile – giugno 9,00 -12,00 e 14,00 17,00 chiuso il lunedì
Ristoranti
L’Appennino San Pellegrino in Alpe 0583/649069 - 0583/649112 - 0583/649073
L’Alpino San Pellegrino in Alpe 0583/649068

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