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Sabato 29 Apr 2017
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Garfagnana Trekking 2^ tappa

Foto 1

Rifugio Rossi - Isola Santa
Tempo di percorrenza 5 ore

Il secondo giorno di cammino è già uno dei più interessanti, forse il più remunerativo sotto l’aspetto panoramico. Quello che si percepisce una volta saliti sulla cresta della Pania della Croce, una delle mete preferite dell’intero gruppo delle Alpi Apuane, è un qualcosa di veramente straordinario, direi unico. Da lassù, infatti, si ha quasi la sensazione di dominare il mondo; si avverte fin da subito l’egemone tocco di madre natura che, nell’attesa di un meritato rispetto, sviluppa amorevolmente una proiezione a 360° che non ha eguali.

Foto 2

Dal Rifugio Rossi (m. 1.600), si procede in direzione sud assieme ai segnavia 7, 126 e 139 per un sentiero ben battuto, aperto nella prateria, che di buon mattino offre l’opportunità della gradevole visita del capriolo, evento assai raro in questi aspri territori. Nel frattempo, ciò che maggiormente colpisce è la mole del Pizzo delle Saette, qui ripreso nel suo versante orientale, (foto 1) certamente il più tormentato dalle continue frane. Ben presto si arriva alla Focetta del Puntone (m. 1.611), (foto 2) curiosamente situata pressoché al centro del massiccio delle Panie, punto in cui si abbandona a destra l’itinerario 139 che, percorsa la suggestiva Borra di Canala, va a confluire nell’itinerario 127 (collegamento Piglionico-Foce di Mosceta).


Foto 3

Qualche metro più avanti si perviene ad un secondo importante bivio, da cui si piega a destra, ad ignorare così anche il percorso 7 proveniente da Cardoso via Foce di Valli. Si volge dunque in direzione del circo compreso tra le due creste orientali della cima principale e della spalla settentrionale della Pania, tale Vallone dell’Inferno, (foto 3) mai nome più azzeccato soprattutto per coloro che decidono di affrontarlo nei periodi più caldi ed assolati della stagione estiva. Con una certa pendenza tra roccette e ciuffi erbosi occorre tenersi, almeno inizialmente, a destra (sinistra orografica), tenendo ovviamente presente che la vetta della Pania della Croce resta visibilmente a sud ovest e che il costolone che appare a sinistra è una finta chiusura del vallone.


Foto 4

Dopo aver superato una chiara rientranza si guadagna il crinale in prossimità della spalla settentrionale (foto 4) e con breve tragitto in cresta si raggiunge (fuori percorso GT) la punta massima della Pania della Croce (m. 1.859), (foto 5) caratterizzata dalla presenza di una grossa croce e, finché il tempo lo consentirà, da un paio di targhette che ricordano particolari accadimenti, come la quanto mai insolita unione in matrimonio di una coppia proprio sulla Pania e la prematura scomparsa di un camminatore che la montagna ha voluto per sé prima che raggiungesse la vetta.


Foto 5

È considerata la regina delle Alpi Apuane e non solo perché Dante la ricordò nel XXXII canto dell’Inferno, ma perché è la montagna più frequentata in assoluto, sia in inverno sia in estate, per le sue eleganti linee, per il suo panorama immenso e per quel richiamo speciale notturno che in molti (ma davvero molti) si apprestano a trascorrere nelle serate estive per assistere ai primi bagliori di luce proiettati dal sorgere del sole. Sia la piana che dal Lago Massaciuccoli si estende al mare versiliese (foto 6) per passare poi a quello spezzino, sia l’arco appenninico in tutto il suo fascino straordinario, sia la miriade di vette importanti e non del gruppo delle Alpi Apuane, (foto 7) costituiscono la vera e propria attrazione della Pania, l’abbraccio globale di un territorio che da altre alture certamente non trova le medesime condizioni.


Foto 6

Sempre col segnavia 126 si scende sul versante opposto, già in vista dell’intero tragitto che si dovrà percorrere almeno fino alla Foce di Mosceta, (foto 8) dov’è presente il Rifugio Del Freo. Su pietrisco e poco evidente, il sentiero precipita ad un colletto detto Callare, posto nei pressi della fiancata meridionale del Pizzo delle Saette, quindi, prosegue con ampie svolte man mano meno ripide sui dolci pendii del cosiddetto Tavolino, sotto il quale si notano alcuni salti rocciosi. (foto 9) Superato un canale svasato si continua con monotonia fino a toccare la parte prativa della Pania, dove non è affatto escluso che si possa incontrare il capriolo.


Foto 7

L’estenuante discesa e la vista sul M. Corchia accompagnano l’escursionista nell’area delle Gorfigliette (m. 1.450), nei cui pressi si trova una pista d’atterraggio per elicotteri. Da questo colletto erboso si ricerca a destra una traccia che porta a compiere un certo numero di tornanti con i quali si raggiunge una fresca macchia a faggio. Usciti da quest’ultima si cammina su pietrisco incontrando poco dopo la vecchia traccia che consente di raggiungere il Campanile Francesca (Torrione del Pizzo delle Saette). Oramai a contatto del pianoro si trascura a sinistra il segnavia 125 diretto alla Foce di Valli, quindi, dove cominciano a spuntare orticheti, si lascia, sempre a sinistra, pure il 124 diretto alla lontanissima Foce di Petrosciana.


Foto 8

Siamo nei dintorni della Foce di Mosceta (m. 1.170), (foto 10) largo valico che si apre tra il M. Corchia e la Pania della Croce, base di partenza e di arrivo di molti itinerari CAI, un luogo in cui è possibile ancora sorseggiare quiete e pace accanto ad un rifugio ben attrezzato e gestito. Per i meno frettolosi è sicuramente consigliabile interrompere qui la tappa per godere di una giornata di tutto riposo e nello stesso tempo dedicare maggiore attenzione alla Pania della Croce. Il Rifugio Del Freo, (foto 11) infatti, lo si raggiunge in dieci minuti circa procedendo verso ovest, fuori dal percorso GT;


Foto 9

situato tra dolci avvallamenti prativi, è purtroppo minacciato da uno sciagurato progetto di teleferica e da un paio di carrozzabili ancora sterrate che stanno arrampicandosi da Levigliani e dal Passo Croce. Spregi questi che, in caso di realizzazione, snaturerebbero la bellezza ed il significato del luogo compromettendolo irreparabilmente. Tornando invece alla descrizione del Garfagnana Trekking, occorre fermarsi al bivio con l’itinerario contrassegnato dal segnavia 9 (Levigliani – Isola Santa) e piegare tosto a nord (destra), a rasentare da una parte la rigogliosa faggeta, dall’altra la testata del Canale delle Verghe.


Foto 10

Il sentiero, numerato pure col 127, alterna macchie a lampone ad aperture ammantate con erbino, e con andatura piacevole si porta verso l’ingresso di un ombroso bosco di faggi esteso lungo le pendici sud occidentali del Pizzo delle Saette. Tratti selciati cedono il passo ad una mulattiera comoda e spaziosa, la quale, superato un fosso solitamente asciutto, giunge ben presto dinnanzi ad una cappelletta (foto 12) con all’interno una marginetta in marmo dedicata a Sergio Cipollini deceduto il 28 ottobre 1945. Una lapide sistemata all’esterno dal Gruppo Amici della Montagna del CRAL di Parma ricorda invece Elena Rampini, Giovanni Frambati, Roberto Raffaini e Giovanni Piccinin, escursionisti che hanno perso la vita sulla Pania.


Foto 11

Più avanti si perviene alla separazione con l’itinerario 127 che, verso destra (nord est), si porta a Piglionico. Sempre in discesa ci si abbassa di quota compiendo una serie di svolte e senza mai uscire dal bosco si perviene al guado del Canale delle Verghe, nei cui pressi è possibile rifornirsi d’acqua ad una fonte. Sulla sponda opposta ci si alza per qualche metro fino a trovare un comodo tratto pianeggiante (foto 13) suggestivamente avvolto nella faggeta. Di tanto in tanto, tenendo gli occhi puntati verso il basso, si scoprono antiche capanne cadenti, anticamera delle meno complesse strutture del


Foto 12

Colle di Favilla (m. 940), (foto 14) paesucolo completamente disabitato da tempo, ma che fin verso il 1940 possedeva persino il parroco (l’ultimo fu Don Cosimo, noto per l’ospitalità agli alpinisti di passaggio). Al Colle di Favilla arriva pure l’itinerario contrassegnato dal segnavia (foto 12) 11 proveniente dal Passo di Croce. Alcuni superstiti, nel frattempo trasferitisi in Versilia ed in Garfagnana, decisero nel 1970 la ristrutturazione della chiesetta, distrutta da mani sacrileghe nel 1968. Una lapide posta alla sinistra dell’ingresso ricorda Don Cosimo. Oltre alla presenza di un’ottima fonte, al Colle di Favilla è giusto dedicare qualche minuto all’inquietante visita del cimitero ubicato a monte, in un certo senso seguito fino al 1961, anno in cui furono registrate le ultime presenze stabili (una decina di persone) in paese. In origine Col di Favilla era un alpeggio subordinato a Levigliani, praticamente vissuto stagionalmente, almeno fino al 1880, quando si trasformò in stabile dimora.


Foto 13

Le principali attività economiche furono la produzione del carbone da legna, la lavorazione dei metalli (presenza di ferriere nel canale che conserva, infatti, nel nome [Verghe] la tradizione), l’estrazione del tannino dal castagno destinato alle concerie della zona pisana, l’artigianato legato all’impagliatura delle sedie ed ovviamente la pastorizia e la produzione agricola che i “collettorini” (così venivano chiamati gli abitanti del paese) traevano da modesti seminativi e dai castagneti. Trascurato a sinistra l’itinerario 11, il GT prosegue restando alto sulla nuova valletta del Terreno, in questo punto arricchita del castagno.


Foto 14

Aggirato un modesto rilievo il bosco riceve i favori della vegetazione spontanea, almeno finché, oltrepassato un torrentello, comincia a lasciar spazio ad aperture più consistenti accompagnate però da una discesa ripida ed accidentata. Le numerosissime svolte che seguono calano vistosamente fino a raggiungere un ponticello sul guado di un esile corso d’acqua, (foto 15) da cui, con un successivo tratto in costa nel bosco, si arriva a costeggiare dall’alto la sponda orientale del Lago di Isola Santa. All’imbocco della diga, (foto 16) se consentito, si prosegue lungo la cinta muraria, altrimenti si scende sulla destra per sentiero fino alla centrale idroelettrica e da lì, per sterrata, a confluire nella rotabile principale di collegamento fra Arni e Castelnuovo.


Foto 15

Piegando a sinistra (ovest) su quest’ultima, si percorrono duecento metri circa, quando, all’altezza di una curva ed una struttura ricettiva, si lasciano proseguire sulla destra i segnavia del GT della tappa successiva. Il borgo di Isola Santa (m. 550) si trova a pochi passi, mirabilmente celato lungo le rive occidentali del lago (foto 17) a sprigionamento di un qualcosa di veramente unico, dal fascino di un luogo d’altri tempi, quasi dimenticato, ma radicato con forza alla volontà di una strenua sopravvivenza. La località trae le proprie origini dall’esistenza di un hospitale frequentato principalmente da viandanti che dalla Versilia si spostavano in Garfagnana, o viceversa, attraverso la Foce di Mosceta.


Foto 16

Notizie certe risalgono al 1260, ma la sua nascita è certamente più antica. Pareri storici le attribuiscono l’appellativo di antico borgo fortificato con compiti di sorveglianza, vuoi per l’esistenza di un ponte oggi sommerso dalle acque del lago, vuoi per la testimonianza tratta da alcuni documenti che registrano tracce di una vecchia torre, oggi abbattuta, un’idea rafforzata dalla significativa presenza di “Via della Torre” che corre in paese. Le scarne cronache che dal medioevo ci portano al 1700 ci parlano di una piccola comunità estremamente povera avvinghiata all’isolatissimo hospitale, penalizzato soprattutto dalle forti difficoltà di collegamento con i centri più vicini, notizia questa ricavata dalla testimonianza scritta e tramandata da Costantino De Nobili, incaricato dall’ospedale di S. Luca di fare un sopralluogo. La cosa più incredibile è che le medesime condizioni d’isolamento sono rimaste fino a qualche decennio fa, cioè dopo la costruzione della strada del Cipollaio, attuale strada provinciale di Vald’Arni.


Foto 17

Rotto l’isolamento, nel 1949 fu costruita la diga per lo sfruttamento idroelettrico delle acque della Turrite Secca, recando così problemi di stabilità all’abitato. Questa situazione perdurò fino agli anni sessanta, dopo l’avvenuto spopolamento e la constatazione di danni ritenuti irreparabili. Nel 1975 gli ultimi abitanti rimasti, durante lo svuotamento del bacino artificiale, occuparono l’area rivendicando il diritto di abitazioni nuove e sicure. Le case furono allora costruite altrove ed il nucleo si svuotò completamente. Le possibilità di pernottamento ad Isola Santa esistono, ma non sono garantite al 100%. All’occorrenza è possibile chiedere ospitalità alla struttura ricettiva incontrata lungo la rotabile, oppure, se fortunati, ai gestori degli stupendi appartamenti riqualificati nell’antico borgo oggi dati in affitto ai vacanzieri, in un progetto di generale ristrutturazione che intende far rivivere, almeno in una parte dell’anno, questo paesino davvero unico, impreziosito dal fascino del sapore antico coniugato con le meraviglie ambientali che lo circondano. La terza possibilità, per niente scomoda, è quella di attendere un pullman che in una ventina di minuti circa porta a Castelnuovo (alberghi), da dove il giorno successivo si ritorna di buon mattino ad Isola Santa con lo stesso sistema.

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