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Domenica 26 Mar 2017
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Bagnone - I Castelli 2^ parte


Il Capitello in arenaria

 

 


Il tagliapietra

LA PIETRA ARENARIA
Roccia che risulta formata dalla cementazione di un detrito fine, sabbia quarzosa, di granulometria variabile compresa tra 2,00 e 0,06 mm, derivante dalla disgregazione ad opera di processi naturali di rocce di vario tipo. I detriti di riempimento degli spazi tra i granuli, sono di detriti di una frazione più fine o da un cemento di precipitazione chimica. Teoricamente il numero di minerali che può essere rinvenuto nelle arenarie corrisponde a quello totale dei minerali conosciuti. I granuli che costituiscono le arenarie rappresentano il residuo dell’azione dei processi di alterazione chimica della roccia base. I granuli possono essere formati da un singolo minerale o da minuscoli frammenti di roccia dalla quale deriva. I principali costituenti detritici delle arenarie sono quarzo, feldspati, muscovite, biotite, minerali pesanti; oltre a questi fondamentali si possono incontrare anche cloriti, miche e minerali argillosi. I cementi sono generalmente costituiti da minerali precipitati negli spazi rimasti liberi a partire da soluzioni; i tipi più diffusi sono il cemento silicico e quello carbonatico in minor proporzione altri, costituiti da ematite, siderite, gesso o anidrite. L’abbondanza di quarzo e di feldspati alcalini in una roccia arenarica sta a significare che la sabbia deriva dalla disgregazione di rocce eruttive acide e di rocce metamorfiche di composizione corrispondente. Le arenarie di questo gruppo sono generalmente monomineralogiche e monocristalline. L’arenarie polimineralogiche e policristalline derivano dalla diagenesi di sabbie formatesi per alterazione meteorica. Diagenesi è il fenomeno di alterazione, su terreni superficiali o poco profondi, della crosta terrestre ad opera delle acque superficiali o di prima infiltrazione. Le rocce arenarie possono essere classificate su basi puramente granulometriche oppure secondo la composizione mineralogica dei granuli, oppure tenendo conto anche della composizione del cemento e della presenza della matrice o meno. Le arenarie sono caratterizzate da una grande varietà di strutture sedimentarie, da strutture connesse con l’attività di organismi. Durante la mia ricerca ho solo trovato allusioni a rocce arenariche di Torridon, di Varanger, Rosse Antiche, Rosse Recenti, di Valgardena; tutte rocce che comprendono alternanze di conglomerati di arenarie in prevalenza di color rosso. Le nostre rocce arenarie, quelle del nostro territorio, sono di colore grigio azzurro, uniformi e compatte; la grana è molto variabile comportando passaggi da arenarie finissime a conglomerati. Le rocce arenarie si trovano in banchi enormi sull’Appennino Tosco-emiliano, oppure in trovanti lungo i canaloni e torrenti. La pietra arenaria usata dai nostri maestri scalpellini è di tipo medio-fine, si lavora facilmente ed è impiegata come materiale da costruzione o di scultura. È usata in tutti gli elementi architettonici, in lastricati stradali, ecc. La lavorazione della pietra in Lunigiana, si concentrava principalmente lungo la valle dell’alto Taverone, rinomati erano gli scalpellini di Sassalbo, ma non deludevano i Bagnonesi.


Bagnone: piazza Roma tutta in arenaria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Le maestranze che hanno costruito il monumento, al centro il Sen. F. Quartieri

LO SCALPELLINO
La lavorazione della pietra in Lunigiana tocca epoche lontane, i menhirs ne sono una valida testimonianza. In periodo più recente, tutte le opere edili conservate, le pievi, i castelli, i borghi e i ponticelli, sono tutte opere in pietra arenaria lavorata. Per lavorata non voglio intendere solo squadrata, ma anche scolpita. Esistono tante testimonianze, basta visitare la Lunigiana ed in ogni luogo riporta esempi che possono soddisfare chiunque. La qualità della nostra pietra arenaria, come il suo peso, la durezza, la resistenza al fuoco ed agli agenti atmosferici, ha permesso di ottenere solide costruzioni dal punto di vista statico, la cui durata si misura a secoli e non ad anni. La pietra arenaria, nel corso dei secoli e fino alla metà del ‘900 è stata preferita agli altri materiali dai costruttori, per l’enorme abbondanza in loco e per le ottime caratteristiche. La lavorazione della pietra è una cultura molto antica, le cui informazioni sono tramandate verbalmente di generazione in generazione ed insegnate dalla pratica manuale. L’approccio al lavoro sul materiale lapideo, può essere messo in relazione a tre fattori : la disponibilità della pietra entro una distanza limite, la dimensione del blocco che se ne può ottenere. L’uso che se ne vuol fare; ogni pietra può essere lavorata e utilizzata in qualche modo: si pensi ai muri a secco, alle strade in acciottolato. Le caratteristiche della sua lavorazione possono essere riassunte in: durezza, purezza e formazione geologica, reazione agli strumenti di lavoro, colore. È importante la condizione della pietra nel momento in cui si inizia la sua lavorazione esponendola all’aria o all’azione degli agenti atmosferici. La durezza della pietra è una caratteristica fisica che incide sul processo di lavorazione, sui costi e sull’uso degli attrezzi. La formazione geologica sumette le pietre a difetti di vario tipo causati dal loro processo di formazione. Un difetto è una microfissurazione che può essere più o meno visibile in superficie. Nel lavorare la pietra il fattore più importante è la sua reazione agli strumenti. La colorazione non uniforme della pietra è la manifestazione visibile selle sue variazioni geologiche che ne influiranno la lavorazione. La pietra quindi la conosciamo bene, i nostri borghi sono quasi tutti lastricati, il problema che gli amministratori hanno è quello della loro conservazione e manutenzione. Il mestiere dello scalpellino è trapassato, come trapassate sono le opere in pietra. Il monumento ai caduti ed il palazzo comunale in piazza Roma, la facciata del Teatro in piazza Europa, gli archi sghimbesci dei portici del borgo, le cappelle gentilizie del cimitero, l’interno della chiesa di Santa Maria i portali dei portoni e le riquadrature delle finestre delle case e quant’altro ancora, sono opere fatte da mani di scalpellini nostrani delle famiglie dei Maresi, dei Brunini e dei Pretari. L’ultimo, il Cav. Pretari è colui che ha scolpito tutti i pilastri, capitelli, fregi gli stemmi dei comuni della Lunigiana, in piazza Roma ed i bassorilievi della facciata del Teatro in piazza Europa. A questi maestri artigiani vanno aggiunte le squadre di aiutanti, quelli che preparavano i blocchi, gli sbozzatori, e tutta quella povera gente che ha trasportato a spalla i prodotti finiti dal torrente o dalla cava al luogo di posa. La tecnica si è tramandata di padre in figlio per generazioni e generazioni, usando sempre rudimentali attrezzi, che solo il fabbro sapeva riparare e temperare e che hanno conservato nei secoli le loro caratteristiche ed i loro nomi. Gli strumenti per lavorare la pietra possono essere divisi in due categorie, a percussione e ad abrasione. A percussione i martelli di vari tipi e forme, con la testa di metallo e manico di legno o interamente di legno detti mazzuoli. La mazza con manico di legno lungo o corto, viene usata con i pinciotti di legno o di ferro. Il piccone da cava. La bocciarda, tipo di martello con la testa quadrata la cui superficie è modellata a reticolo; ogni casella del reticolo è a forma piramidale, in modo che la superficie da taglio risulta costruita da piccoli punti, il minimo numero di punti è quattro. Esiste una gamma di scapezzatori dal corpo abbastanza spesso e con il bordo da taglio largo e smussato; le subbie, le gradine, gli scalpelli, i ferrotondi, le sgorbie e gli unghietti completano la serie di attrezzi usati con i martelli e mazzuoli. Vi sono ancora le lime, le raspe e i raschietti, con i trapani ad asta o normali, la menaruola, il compasso e la livella a piombo. Uno strumento per segnare, una comune punta affilata di acciaio temperato era indispensabile. Una gran parte di questi attrezzi sono stati oggi sostituiti con l’impiego dei mezzi pneumatici. Siamo ormai nel terzo millennio, di opere in pietra non se ne costruiranno più tante, col tempo le esistenti scompariranno, o diventeranno ruderi, come le opere romaniche e quelle medioevali che serviranno solo ad arricchire il tesoro artistico. (Informazioni provenienti da www.la-pietra.com)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CHIESA DEL CASTELLO
La Chiesetta, ubicata sul fianco nord-ovest della porta settentrionale dell’agglomerato del Castello, è stata costruita intorno al 1000. Di forma rettangolare e di dimensioni ridotte, poteva essere considerata una cappella del Castello, più che una chiesetta, ed era anche dotata di un locale, a fianco dell’altare maggiore, dedito a sagrestia. Racconta il da Faie, che per volontà del Conte Pietro Noceti, il segretario particolare di Papa Nicolò V, nel 1452 la Chiesetta fu fatta allungare e ridurre a volta. Si immagina che in questo periodo venne istituita la parrocchia e la chiesa ingrandita fu dedicata a San Nicola di Bari. Lo stesso Conte, nel 1462, a fianco del sagrato fece erigere l’imponente campanile a forma quadrata, con una cella campanaria. Ed é appunto in quest’epoca che si sente la necessità di munire di campane il Castello per richiamare i fedeli alle funzioni religiose, per le Ave Maria di mattina e sera, per il mezzogiorno o per segnalazioni civili, di pericolo, di incendio, per convocare il popolo, ecc. In epoca più recente, sui due lati verso valle verranno inseriti anche due grandi orologi. Nel secolo scorso, dopo la seconda guerra mondiale, la chiesetta, ridotta in pessime condizioni, è stata completamente rinnovata ed arricchita d’una artistica facciata con uno splendido porticato in pietra arenaria lavorata a mano da scalpellini locali. Una costruzione che richiede oggi una certa manutenzione, come il restauro realizzato recentemente al meraviglioso pulpito di legno scolpito, risalente ai primi del 1600, ma che la vetustà e le tarme avevano ridotto non solo alla inagibilità ma alla quasi completa distruzione [V. Pulpito]. Una chiesetta storica che ha dato origine alla prepositura di Bagnone e nella quale é stata custodita e venerata per molti anni la reliquia di Santa Croce. [V.] Sull’arco centrale della chiesa, quello che divide la parte alta con la navata, c’é un affresco della Madonna del Rosa del rio, la stessa madonna che viene venerata nel santuario delle Ghiare a Reggio Emilia e a Fivizzano. Cosa esisteva agli inizi del secondo millennio, un agglomerato di case attorno al Castello per una popolazione di alcune centinaia di anime. A valle, ai piedi del Castello, lungo le strade mulattiere di comunicazione, sulla sponda sinistra del torrente Bagnone, si sviluppa l’agglomerato detto del Ponte Vecchio. Il ponte ad arco tutto sesto, in pietra arenaria, unisce le due sponde del torrente, sulla strada per la valle o per la zona nord-ovest del bagnonese. Su queste due strade si sta sviluppando anche l’antica Gutula di Bagnone.
Il Pulpito: nell’antica Chiesa Parrocchiale del castello, intitolata a S. Nicola da Bari, è ubicato un artistico pulpito in legno risalente ai primi del 1600, ma che la vetustà e le tarme avevano ridotto non solo alla inagibilità ma alla quasi completa distruzione. Non si poteva non pensare ad un qualche intervento ed ecco che, grazie ad un fattivo interessamento della nobile famiglia Ruschi Noceti Fontana che, oltre ad offrire un cospicuo aiuto finanziario ha interpellato la ditta Gazzi Marco presso il Museo Guinici di Lucca la quale ha provveduto magistralmente al restauro con operazioni adeguate.

 

LA PREPOSITURALE
Venne edificata, come più sopra ha raccontato il manuscrittore, a partire dal 1702, per una durata di una ventina d’anni, un’opera veramente importante dal punto di vista dell’arte, ed anche dal punto di vista economico, non deve aver costato non poco alle tasche dei più abbienti e di tutto il popolo. Una grande chiesa a forma rettangolare, con un allargamento ottagonale al centro, e contro ciascuno dei quattro spigoli per ogni settore, si ergono delle maestose colonne appoggiate su solidi basamenti, terminanti con capitelli in stile rinascimentale, sui quali appoggiano archi a tutto sesto. Gli spessi muri, muniti di contrafforti esterni, sopportano la volta centrale e quelle laterali oltre alla copertura. Quattro catene trasversali di ferro forgiato attraversano la navata da un lato all’altro per reagire alla spinta della volta. Sopra quattro capitelli principali, quelli di appoggio della volta centrale, sono affrescate le immagini ed i simboli dei quattro Evangelisti. Nelle mezzelune laterali degli archi sotto la volta, sono ricavate ampie finestre con vetrate colorate. Dalla lunga navata centrale, allargata dai due semi ottagoni laterali, tutta pavimentata in marmo, si sale su un vasto abside anch’esso con una pavimentazione marmorea a scacchiera diagonale, sul quale si erge l’altare maggiore; separa le due sezioni la balaustra in marmo. Dietro l’altare maggiore c’è un vasto coro arredato su tre lati da cassapanche in legno massiccio. Sul lato opposto, sopra i portoni d’entrata, una balconata sostiene un organo di pregiata fattura, recentemente restaurato. Esso fu eretto per opera del M.R. Don Alfonso Bandelli, Sacerdote Bagnonese aiutato dagli iscritti alla Pia Unione della Madonna del Pianto, esistente in Parrocchia fin dal 1891, come si legge sul frontone dell’organo stesso: SODALES VIRGINIS DEIPARAE A FLETU STIPE COLLATICIA FEC. SAC. ALPHONSO BANDELLI CURANTE MDCCXCIX. Nella navata ottagonale si ammirano tre altari per lato, ciascuno dedicati a santi diversi ed uno a Santa Croce. Ci sono il fonte battesimale e due nicchie contenenti la Madonna Addolorata e Sant’Antonio da Padova. Dal coro, una porticina dà accesso alla sagrestia e ad un ampio locale di rimessa degli arredi. La facciata si erge sulla piazza del Municipio ed è costruita in muratura con una base in pietra arenaria a vista e la parte superiore ad intonaci colorati che mettono in risalto le quattro colonne a lesena che sopportano con la muratura arretrata un unico (cappello) triangolare. Le due colonne centrali contengono la porta di accesso principale, mentre nelle due sono state laterali ricavate due portine di secondo ordine. Sopra la porta principale, in una nicchia è installata la statua di San Nicola di Bari, su di lui campeggia un grande rosone colorato, mentre nella fascia alta sotto il (cappello), è incisa la frase: DEO OPTIMO MAXIMO AC DIVO NICOLAO. Questa e la nuova chiesa di Bagnone che fu consacrata in occasione della grande festa del 13 settembre 1722.

SANTA CROCE
Si scrivono le cose che si conoscono, che ci sono state raccontate, c’è chi le avrà sentite narrare con altre parole, ma il risultato finale é il medesimo. Il concetto è ciò che conta, l’esposizione è aleatoria. Si racconta, per lo meno, mia Mamma me la narrava così! Era una giornata di pioggia e di vento. Era una tipica serata autunnale. Un viandante si fermò al portone del Castello; suonò la campanella e al servo che aprì domandò ospitalità per la notte. Informato il Conte, acconsentì di ospitare il pellegrino che fu accolto, riscaldato e ristorato, gli venne pure assegnata una camera ove riposare e trascorrere la notte. Al mattino, il Conte fece cercare il viandante, ma non fu ritrovato, era sparito. Il portone non era stato aperto e nella camera non mancava nulla. Solo sul tavolinetto venne scoperta una reliquia composta da una scheggia di legno. L’atto venne subito interpretato come un segno divino e l’oggetto venne esposto per la curiosità dei più, poi venerato e conservato nella Chiesetta del Castello. Nel tempo gli si attribuirono speciali facoltà, inspiegabili fenomeni contro le leggi naturali, per cui gli furono riconosciuti diretti interventi di Dio, per cui i Bagnonesi l’adorarono. Divenuto oggetto miracoloso, è stato incastonato in un prezioso reliquario a forma di Croce, voluto e realizzato con le offerte votive. L’oggetto è quello che ancor oggi ammiriamo quando, il 3 maggio, viene esposto in adorazione sull’altare. Il Prof. Ugo Pagni, ha pubblicato su Santa Croce, una sua ricerca di un misterioso manuscrittore del 1700 che riporto integralmente. In una «Istorica Descrizione» di Bagnone del 1726 si legge: Pietro Noceti che fu Segretario e famigliare del Sommo Pontefice Nicolò V, COMECHÉ PER DI LUI MEZZO ABBIAMO UNA BELLA CROCE D’ARGENTO, che dentro di sé racchiude tesori inestimabili di miracolose e Sante Reliquie Qual Croce fu poi col tempo rinchiusa in altra di gran lunga più maestosa fatta di tante oblazioni d’argenti con i suoi cristalli davanti, per mezzo dei quali si vede l’interiore. Prima che tutte le suddette Reliquie: Che a dire il vero non sò se la Divina Bontà poteva arricchire, onorare e rendere veramente questa Nostra terra con più cospicuo distintivo di questi preziosissimi pegni, maggiori dei quali se ne vanti, se puole, il mondo. Qui io riconosco tutto il più sodo fondamento delle nostre grandezze e della nostra gloria, quantunque di sopra avessi avuto a far pompa di Triregni, Porpore, Scettri e non solo possiamo ma anche dobbiamo grandemente pregiarcene NOS AUTEM GLORIARI OPORTET. Felici noi se in quest’angolo del mondo tanto remoto da que’ Luoghi Santi ove Cristo Gesù operò i più grandi Misteri della Nostra Redenzione riflettessimo che ci ha dato il modo di poterli qui venerare con tanto comodo e merito, giacché riesce così difficile il lungo e pericoloso commino verso quelle parti. In questa Santissima Croce, che per i passati tempi abbiamo sempre tenuta nell’antica Chiesa prepositurale del Castello, seguì a dì 13 Settembre 1722 solenne traslazione nella Prepositura Nuova che fabbricata abbiamo dentro questa nostra terra dal 1702 in qua per compimento di tutte le comodità che bramare potevamo in simil genere.

 

TRASLAZIONE DI SANTA CORCE
Il prevosto, stanco dell’attesa, perchè i lavori di rifinitura e gli stucchi dei sei altari non trovavano fine, sentiti i fabbriceri decise un bel giorno di porre un termine ai lavori e con il loro aiuto, traslocò gli arredi sacri per le celebrazioni, e si insediò nella nuova chiesa. Unitamente agli arredi pensò bene di portare con se anche la Reliqia della Santa Croce, anche perchè finalmente, troverebbe un ricovero più sicuro di quello del Castello. Così, soddisfatto, il povero Prevosto si ritirò in canonica, che era situata nei locali dell’antico convento, sul fianco della chiesa di San Rocco, sopra il voltone per intenderci. L’indomani mattina, dopo la prima messa, si recò all’altare di Santa Croce per fare una scoperta votiva, richiestagli da una devota. Inginocchiato ai piedi dell’altare, dopo aver intonato l’inno : O CRUS AVE SPES UNICA, si alzò per andare ad aprire la porticina del reliquiario, seguendo un rito usuale, quando stupito restò senza parole. Il canto gli si era strozzato in gola, appoggiò un gomito sull’altare si mise la fronte nella mano. Le donne smisero di cantare e rimasero ammutolite guardandosi l’una con l’altra, pensarono che al celebrante fosse preso un malore. Intanto il sacerdote si rianimò, si girò verso i fedeli e disse: "Santa Croce non c’è più!". Un mormorio si levò nella chiesa, ad una ad una le donne uscirono a passo svelto e sparsero la notizia per il paese. Fu una giornata movimentata per il prevosto, il quale dovette recarsi persino dai gendarmi per denunciare il furto; perché così pensavano tutti. La notte fu insonne ed il povero quella mattina si dovette alzare un po’ più di buonora perché doveva salire al Castello per celebrare l’ultima messa, che aveva promesso di dire lassù, in suffragio di certe anime. Durante il rito, all’apertura del tabernacolo, ci fu una grande esclamazione di gioia. Il prevosto cadde in ginocchio e tutti poterono vedere la Santa Croce nel suo splendore, tra le tendine damascate del reliquario. Fu gridato al MIRACOLO!!! Ma miracolo fu?

 

DICERIE
Mi hanno più volte narrato cose bizzarre provenienti dal Castello, che se non è illuminato, di notte è tetro e diventa un facile scenario per racconti strani. Sulla strada vecchia, il venerdì notte, passavano le streghe. Uscivano dal bosco tenendo in una mano un lume e si radunavano presso la quercia grossa, che ha più di quattro secoli, e si abbandonavano a ridde infernali o ad orge con i diavoli. Sul ponte vecchio, invece, appariva uno spettro, armato di falce, che impediva ai viandanti di proseguire. Chi rincasava di notte, e se era costretto a percorrere la strada vecchia, sentiva rumori di catene, provenienti dal Castello, attribuiti agli spettri di coloro che erano stati rinchiusi nelle segrete e morti dopo lunghe sofferenze. Nel Medioevo ed agli inizi dell’età moderna si ebbero frequenti processi contro le streghe, condannate a morte od arse vive. Si calcola che nei paesi cattolici e protestanti, non meno di un milione di persone siano rimaste vittime di tali persecuzioni, favorite dalle autorità ecclesiastiche, dai dottori del tempo e dal popolino. Il diffondersi dell’istruzione e delle conoscenze scientifiche, ha ormai distrutto anche nel popolo la credenza delle streghe, ma negli infimi strati sociali. specialmente fra la popolazione femminile delle campagne, tale credenza barbarica sussiste tuttora. L’uso dei filtri amorosi, delle bevande e degli unguenti segreti, degli incantesimi, dei malefici è d’uso ancora oggi come nelle remote origini, mescolandosi con quello di ricette e farmaci curativi. É una constatazione vera. Da noi esiste tuttora questa realtà, ci si ricorre spesso in extremis.

LA CROCE DI SAN FRANCESCO
Non abbiamo documenti sottomano, da poter citare ma, si dice, e la voce di popolo è voce di Dio, che alla sua morte, il Papa Nicola V, abbia per testamento legato, al suo Segretario Pietro Noceti, una croce di legno per alcuni, d’otone per altri, ma sempre una crocetta che sembra sia quella che, San Francesco d’Assisi, portava al collo alla sua morte. Di cosa sia io non so, perché é racchiusa in un reliquiario e non si puó toccare. Questa Croce, esiste veramente, perché viene esposta in adorazione sull’altare di San Francesco D’Assisi nella Chiesa di Santa Maria, ogni anno il 5 Ottobre, festa del Santo, e viene fatta baciare a tutti i presenti. Ha sicuramente una grande importanza storica e religiosa. É nel tempo, passata in eredita ai vari Noceti, e oggi ne sono depositari la famiglia Quartieri di Bagnone, imparentata coi Noceti. Quindi a Bagnone abbiamo anche questa importante reliquia, per cui ritengo che deve essere menzionata, perché fà parte del patrimonio storico e culturale di Bagnone.


S. Francesco d'Assisi

CHIESA DI SANTA MARIA
Come ho accennato, in località Gutula si venerava una miracolosa immagine di Nostra Donna. Località che andrà sempre più sviluppandosi sino ad acquistare, nel 1300, il nome di Burgo Gutulae Bagnoni. Così scrive il Da Faie: nel 1392 fu cominciata la chiesa di Santa Maria che verrà inaugurata il 16 agosto 1451 con grande concorso di popolo anche d’oltre Appennino. Secondo l’antica tradizione, riportata anche dall’Abate Gerini nelle Memorie Storiche della Lunigiana (Vol. II, Libro III), la chiesa di Santa Maria avrebbe avuto origine in seguito al rinvenimento d’una miracolosa immagine della Madonna, detta poi del Pianto, trovata nella demolizione di un muro in località Gutula. Dove vi era una cappella, per volontà di popolo, venne eretto il santuario dedicato a Santa Maria del Pianto. Accanto ad esso le case che costituiranno parte dell’attuale paese di Bagnone. Nel Santuario dedicato a Santa Maria del Pianto, venne istituita fin dal 1600 una Confraternita ad essa intitolata, che con bolla 21 marzo 1620 venne aggregata all’Arciconfraternita omonima di Roma. Essa possedeva capitali e beni immobili, quando il Granduca Pietro Leopoldo, con editto del 21 marzo 1785, ordinò la soppressione delle Compagnie locali, la chiusura delle loro chiese e ne incamerò i loro beni. Per questo i Maggiori di Bagnone il 18 dicembre 1785 trasportarono l’immagine della Madonna del Pianto nella nuova chiesa Prepositurale. La Chiesa di Santa Maria, è stata rifatta integralmente agli inizi del 1900 dalla famiglia Quartieri, che per ingrandire la propria dimora, acquistò dai Soci l’antico teatro e forse l’annessa cappella, in cambio della costruzione di un nuovo teatro, quello esistente in piazza Europa. I Quartieri si ricostruirono, con accesso privato dai loro appartamenti al loggiato interno, la chiesa esistente di Santa Maria, su nuova forma e in stile francescano, forse per venerarci la Croce di San Francesco. Oggi è un gioiello di architettura, tutta in pietra arenaria tagliata e scalpellinata a faccia vista, con struttura interna del tetto a capriate, travicelli ed assiti di legno; l’altare, la balaustra, il fonte battesimale, sono in pietra arenaria lavorata da artigiani, è un vero gioiello.

CHIESA DI S. ROCCO
Appartenne per prima, con l’annessa casa Canonica, all’ordine degli Agostiniani, che ivi avevano il loro Convento e da loro, non sappiamo in quale data, fu ceduta alla parrocchia. Ci è noto però che, fin dal 4 novembre 1593, dalla Comunità di Bagnone, fu deliberata una messa quotidiana nella detta Chiesa per il disagio di arrampicarsi al Castello e nel 1599, vi fu eletto un cappellano. Nella seconda metà del secolo XX fu integralmente restaurata. A questo punto ci poniamo un domanda: Perché San Rocco a Bagnone? Il prof. Bononi nel suo caleidoscopio pagina 4, scrive: "... I vecchi di Castiglione non mi lasciano senza raccontare d’aver appreso dai loro nonni, che S. Rocco, quando da Roma tornò in Francia passò per la strada romana e che pernottò ... presso Corvarola, dove poi sorse un oratorio dedicato al Santo ... l’antica strada romana, che toccava i luoghi di Fornoli, Sterpilla, Foresto, Prado, o Selva Guasta, dove ... s’estraeva l’argilla bluastra lavorata alla Fornace, località tutte che mostrano ancora eloquenti tracce dell’antica strada". (Caselli, C.: Lunigiana ignota. La Spezia, Tip. Moderna, 1933, p.80 e Ferrari, p.: Castiglione e i Corbellari. Un Cardinale lunigianese mai esistito e il passaggio di S. Rocco in Valdimagra. I Quaderni della Giovane Montagna, 7, Parma, tip. Già Cooperativa, 1937).

IL SANTO
Era sicuramente un francese, di origini nobili, Rocco, visse tra 1295 e il 1327. Nato forse a Montpellier, diede tutto il suo ai poveri, e, venuto in Italia, si dedicò alla cura degli appestati. Preso egli stesso dal morbo, si ritirò in una solitudine, dove fu scoperto da un cane, il cui padrone, il nobile Gottardo, lo curò. Tornato in Francia, dove infieriva la guerra, fu arrestato come spia e morì in prigione all’età di 32 anni. Lo storico Gerini dice che verso il 1315 un pellegrino di Montpellier, di nome Rocco, proveniente da Roma, ove si era recato dalla Francia per curare gli affetti da peste, giunto all’altezza di Terrarossa (l’antica Terra Rubra), intraprese la strada romèa o Francesca e giunse in località, ora chiamata San Rocco, a un chilometro da Corvarola nel versante del Merizzo, ove sorgeva un camposanto. É bene chiarire che la strada che Rocco percorreva, era una strada a questi tempi importante, conduceva da Terrarossa al castello di Corvarola, al castello di Castiglione del Terziere, alla Pieve di San Cassiano, al convento della Santissima Annunziata, al Castello di Bagnone, ecc., tutti luoghi ove avrebbe potuto trovare ospitalità e asilo, prima di poter raggiungere Piacenza, meta del suo viandare. Si fermò il pellegrino Rocco per riposarsi e ristorarsi, nelle vicinanze di Corvarola. Non ci è stato lasciato nulla di scritto, di cosa possa aver fatto Rocco a Corvarola. In quel luogo, cinquecento anni dopo, e figura inciso sul portale d’entrata, 1849 data in cui venne costruito un oratorio dedicato al Beato Rocco. Da quel periodo si incominciò una solenne festa annuale, 16 agosto, in onore dell’eroico pellegrino per ringraziarlo dei benefici ricevuti. Verso il 1927 l’oratorio, resosi pericolante, venne chiuso al culto dal Vescovo Mons. Angelo Fiorini. Ora esistono solo i muri perimetrali. Anche San Rocco, come San Nicola sono dei santi che hanno avuto una venerazione a carattere universale. San Rocco, nonostante la sua breve apparizione da noi ha lasciato impronte e fatto edificare vestigia e ha dato origine a culti annuali. Protettore degli ammalati, specialmente degli appestati, protettore degli ospizi, dei medici, è patrono di molte parrocchie italiane. Fra le molte sue raffigurazioni artistiche, è notevole quella del Borgognone esposta al Brera di Milano. Questo suo passaggio è stato sottolineato anche a Bagnone, per questo abbiamo la Chiesa di San Rocco, con regolare festa annuale il 16 agosto.

 

STORIA DAL 1000 AD OGGI
Da quanto analizzato si desume che Bagnone, o meglio il Castello di Bagnone, dalle sue origini era un possedimento dei Malaspina. I primi dati storici rintracciabili datano 1124, quindi coi tempi di realizzazione necessari, supponiamo che la costruzione della Rocca abbia avuto inizio nell’ XIº secolo. Nella divisione patrimoniale del 1221, il Castello di Bagnone e suoi territori, Castelli di Treschietto e Castiglione compresi, furono ereditati dal Marchese Obizzino Malaspina. A lui toccò il lato sinistro del fiume Magra, eresse in Filattiera il capoluogo del nuovo feudo, e adottò lo stemma : Spino fiorito in campo d’oro. Nel 1275 una nuova divisione patrimoniale tra i discendenti di Opizino, fecero si che Filattiera con tutte le sue dipendenze, tra cui Bagnone, furono assegnate al Marchese Alberto. Alla morte del Marchese Alberto, l’intero feudo venne lasciato in eredità al figlio Nicolò detto il Marchesotto. Nel 1351, gli eredi di Nicolò decisero di spartirsi l’eritaggio paterno e ridussero il feudo di Filattiera, creando altri quattro nuovi feudi : Treschietto, Castiglione, Malgrate e Bagnone. Il primo feudatario che elesse la sua residenza a Bagnone, fu il Marchese Antonio Malaspina nell’anno 1352. Il feudo di Bagnone comprendeva le frazioni di Pastina, Collesino, Compione, Mochignano e Nezzana, e sarà retto e governato ininterrottamente dai discendenti di Antonio, anche se tra alterne vicende politiche, dato che all’inettitudine dei feudatari si aggiungevano le diverse guerra di famiglia sobillate dall’esterno, sia dalla Repubblica di Firenze che dal Ducato di Milano, che cercavano entrambi di impossessarsi della Val di Magra. Già nel 1385 i Bagnonesi tentarono di darsi ai Fiorentini, pur di sottrarsi al potere feudale dei Marchesi, ma ottennero solo di passare sotto una specie di protettorato e di indurre gli stessi feudatari in accomandigia con la Repubblica. Nel 1526 il Castello e la proprietà annessa passa di proprietà ai Conti Noceti. Il territorio, quindi Gutula, come sono amministrati dal 1471 al 1526? E sotto i Conti Noceti quale amministrazione politica abbiamo? Stiamo sicuramente attraversando tre secoli, in un periodo d’economia curtense, una sorta d’organizzazione economica e giuridica del Medioevo e particolarmente del feudalesimo, proprio della curtis. La corte era un vasto fondo rustico che il Marchese teneva in coltivazione diretta e dal quale dipendevano altri fondi minori coltivati da servi, da liberi, da semiliberi. Spesso la corte sorgeva attorno al castello del signore e costituiva una grande unità economica e amministrativa, sotto la direzione di un capo o rettore, che aveva alle sue dipendenze, secondo la vastità del territorio da controllare, diversi funzionari. Essa godeva spesso anche di immunità tributaria e giurisdizionale; economicamente bastava in gran parte a se stessa, con le materie prime prodotte e trasformate direttamente dai suoi abitanti. Tale tipo di economia a ciclo chiuso, che durò in Italia dal periodo delle invasioni barbariche fino al sorgere dei liberi Comuni, fu determinata da varie cause, tra le quali : lo spopolarsi di varie zone a causa di guerre e di epidemie, la malsicura viabilità, la scarsità di valuta aurea, il decadere del tenore di vita, la decadenza intellettuale e morale, gli usi imposti dagli invasori, la formazione del latifondo. Fortunatamente a Bagnone tutte queste cause non la toccarono direttamente, non avemmo epidemie, non fummo invasi e non ci furono dei veri latifondi. Però una organizzazione d’economia curtense è stata sicuramente introdotta ed attuata anche da noi. Durante questi tre secoli, il potere politico e sociale come era amministrato? Chi sono stati i Dirigenti locali in quest’epoca? Ed il periodo dei Comuni come e da chi siamo stati amministrati? I Noceti ebbero un potere politico? Bagnone fu aggregato, nel 1797 alla Repubblica Ligure istituita da Napoleone Buonaparte soppiantando la vecchia e aristocratica Repubblica di Genova, passerà poi nel Dipartimento degli Appennini. Alla caduta di Napoleone, nel 1814, il Dipartimento fu annesso al Ducato di Parma, goduto a titolo vitalizio da Maria Luisa d’Austria, ex imperatrice dei Francesi, alla cui morte, nel 1847 passerà ai Borboni, ai quale rimarrà fino a quando un’insurrezione patriottica li cacciò definitivamente. Repubblica Ligure, Dipartimento degli Appennini, Ducato di Parma, Maria Luisa, Borboni. Dal 1797 al 1859, sessantadue anni, chi sono le persone fisiche che hanno governato Bagnone? La seconda guerra d’indipendenza, 1859, Francesi e Piemontesi uniti vinsero gli Austriaci ed entrarono in Milano. Le Legazioni (Bologna, Ferrara e Romagna), i Ducati dell’Emilia e la Toscana rovesciarono i loro governi e chiesero l’unione col Piemonte. Bisogna trovare tutta la documentazione storica ed amministrativa del periodo 1860 ad oggi, con i nominativi dei vari Podestà, Vicari e Sindaci.


Un termine

I TERMINI
Da una ricerca di Inaco Bianchi e Rosanna Pinotti, descrizione dei termini e confini giurisdizionali nel vicariato di Bagnone, si apprende che il borgo di Bagnone è divenuto sede di una Giurisdizione Civile e Criminale. Con l’applicazione dell’editto del 1722 al Vicariato di Bagnone venne restituito tutto l’antico territorio del capitanato di Castiglione del Terziere. Con l’unificazione italiana, Bagnone fu compreso, come tutta l’Alta Lunigiana, nella provincia di Massa e Carrara. Al Comune di Bagnone venne annesso il Feudo di Treschietto, e nel 1894 con l’inserimento della frazione di Orturano, assumerà l’attuale estensione territoriale di 73,79 Kmq. Bagnone, dopo i Malaspina (1471) è governato dai Fiorentini. La Rocca è stata ceduta ai Noceti (1526) che la abitano e ne sfruttano le terre annesse al maniero, economia curtense e mezzadria fino al 1965. I Noceti operano come Commissari della Repubblica Fiorentina a Bagnone e sono noti per le pressioni che fanno sui congiurati di Corlaga affinché sopprimano i pupilli della dinastia del Marchese Leonardo. (Vedi Bagnone e il suo territorio di I. Bianchi a pag. 185).

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